Eurovision, oscenità Pro-Pal: sputi e “ti sgozzo” alla sopravvissuta ad Hamas

La cantante israeliana Yuval Raphael finisce nel mirino dei tifosi palestinei. Bocche cucite, invece, sulle torture subite dall'ostaggio di Hamas rilasciato ieri

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A Basilea, in Svizzera, è partito ufficialmente l’Eurovision Song Contest. Sfilata delle delegazioni, tappeto turchese, carri d’epoca, bande musicali e, ovviamente, performance carnevalesche di ogni tipo. Anche l’Italia c’era, rappresentata da Lucio Corsi, che ha calcato il Turquoise Carpet accanto ad altri 36 artisti in gara. Un debutto festoso, almeno in superficie. Perché dietro al teatrino è emersa subito la faglia ideologica e politica che ormai sembra inevitabile in ogni manifestazione pubblica europea: Israele sì, Israele no.

Protagonista involontaria delle polemiche è stata Yuval Raphael, 24 anni, sopravvissuta all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 durante il festival Supernova. Sarà lei a rappresentare lo Stato ebraico sul palco con il brano “New Day Will Rise”, che vorrebbe lanciare un messaggio di speranza. Ma mentre sfilava nel centro della città svizzera, la cantante è stata bersagliata da un gruppo di manifestanti pro-Pal: bandiere, slogan, cartelli come “Cantiamo mentre Gaza brucia” e insulti di ogni tipo. Come se non bastasse, un uomo si è spinto a mimare il gesto della gola tagliata e a sputare verso il carro della delegazione israeliana.

Un episodio inquietante, che la delegazione di Tel Aviv non ha preso alla leggera, tanto da annunciare denunce formali. Ma non è tutto, perchè la linea pro-Pal dilaga. Nei giorni precedenti, oltre 70 ex partecipanti alla kermesse canora hanno firmato una petizione per chiedere l’esclusione di Israele, come fu fatto con la Russia nel 2022. Tra i firmatari del documento anche Nemo, vincitore dell’edizione 2024, che ha dichiarato che le azioni di Israele sarebbero “in contrasto con i valori dell’Eurovision: pace, unità e diritti umani”. Fortunatamente l’EBU, ente organizzatore, ha confermato la presenza di Israele, ribadendo che il concorso è “universale e apolitico”. Apolitico fino a un certo punto, ma vabbè.

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Ma questa non è l’unica notizia che chiama in causa Israele al centro del dibattito internazionale. Idan Alexander è finalmente libero. Dopo 584 giorni nei tunnel di Gaza, l’ostaggio statunitense di origini israeliane è tornato alla luce. Non un rilascio qualunque, ma un vero e proprio omaggio — calcolato — di Hamas al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, alla vigilia della sua visita in Medio Oriente che, con la consueta enfasi, lo stesso tycoon ha definito “storica”.

Il ritorno del sergente maggiore 21enne è avvenuto mentre The Donald sale le scalette dell’Air Force One diretto a Riad. Coincidenze? Difficile crederlo. Idan è il primo soldato israeliano maschio, vivo, ad essere rilasciato dal gruppo terroristico palestinese. Nella Striscia restano ancora prigionieri altri 13 militari, otto dei quali ufficialmente deceduti. Due erano cittadini americani.

A Tel Aviv è scoppiata la festa. Lacrime, abbracci e bandiere. Stessa scena a Tenafly, nel New Jersey, dove il ragazzo era cresciuto. Ma dietro l’immagine diffusa dai media, che lo ritrae apparentemente in salute, c’è la verità cruda del suo racconto: torture, mesi in una gabbia, mani ammanettate. Hamas non ha fatto sconti. Anzi. Ora Idan, bypassando il protocollo standard di recupero previsto dalle autorità israeliane, volerà direttamente a Doha, dove lo attende niente meno che Trump in persona. Un’operazione di altissimo profilo — e di enorme impatto mediatico — annunciata dalla stessa famiglia Alexander, insieme all’inviato Usa per gli ostaggi Adam Boehler.

E proprio qui entra in gioco il versante diplomatico. Fonti ben informate parlano di una precisa richiesta americana ai capi di Hamas: niente show in mondovisione al momento del rilascio. Lo spettacolo lo farà Trump, con foto ufficiale e stretta di mano da incorniciare. Una scena da campagna elettorale, con tanto di didascalia: “Missione compiuta, quattro mesi dopo l’insediamento”. Il risultato c’è. E pesa. Anche a Gerusalemme lo ammettono: la mediazione americana ha funzionato. Israele torna a parlare di negoziati, tregua e aiuti umanitari. Lo stesso Netanyahu ha annunciato l’imminente partenza del team negoziale per Doha. Non a caso, Trump sarà anche lì. L’inviato Usa Steve Witkoff ha già incontrato il premier israeliano. “Massimo sostegno a Israele, piena collaborazione col governo Netanyahu”, ha ribadito Trump in una telefonata con Bibi. Ma il leader israeliano, accanto all’ambasciatore Mike Huckabee, è stato chiaro: “I colloqui si faranno, ma sotto il fuoco”. Tradotto: nessun rallentamento per l’offensiva dell’Idf a Gaza.

“La liberazione di Idan è frutto della nostra pressione militare, ma anche di quella diplomatica di Trump”, ha dichiarato Netanyahu. “L’obiettivo resta: riportare a casa tutti gli ostaggi e annientare Hamas”. Dal canto suo, il gruppo islamista cerca ora una sponda diretta con Washington: “Il rilascio è avvenuto dopo colloqui con il governo Usa. Vogliamo un cessate il fuoco duraturo. Invitiamo l’amministrazione Trump a continuare i suoi sforzi”. Segnale chiaro: Hamas preferisce trattare con la Casa Bianca che con i diplomatici europei o dell’Onu.

Franco Lodige, 13 maggio 2025

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