
In termini concreti, il taglio dal 35 al 33 % sull’IRPEF intermedia è una variazione cosmetica, non una riforma.
Una mancia di qualche decina di euro al mese, spacciata per “riduzione delle tasse”. Trovo offensivo per chi lavora e produce che il governo usi parole come “taglio fiscale” per descrivere un semplice ritocco contabile. Il cuneo fiscale italiano resta tra i più alti al mondo: quasi metà di ciò che un lavoratore costa all’azienda finisce in tasse e contributi.
Eppure, il Governo festeggia un -2 % su uno scaglione IRPEF come se avesse liberato il Paese.
Sul fronte previdenziale, poi, regna il paradosso: nessuna riforma strutturale, nessuna libertà di scelta, nessuna certezza del diritto.
Si continua a foraggiare un sistema obbligatorio, inefficiente e ingiusto, che sottrae il 33 % dei redditi per finanziare pensioni sempre più insostenibili. E mentre si ipoteca il futuro degli under45, si parla ancora di “pensioni anticipate”: un suicidio previdenziale travestito da equità sociale.
Come se non bastasse, arriva anche l’ennesima aggressione alla proprietà privata immobiliare: l’aumento della cedolare secca sugli affitti brevi dal 21 al 26 %. Un provvedimento di stampo socialista, che colpisce chi investe, chi risparmia e chi valorizza il proprio patrimonio invece di chiedere sussidi statali.
Un messaggio chiaro: in Italia possedere è quasi una colpa, la proprietà privata va tassata, e il governo si comporta come se il privato dovesse chiedere il permesso e pagare dazio per trarre reddito da ciò che è suo.
In sintesi: una manovrina da regime statalista, fatta di bonus, mance e aggressione della proprietà privata immobiliare. Manca l’unica cosa che servirebbe davvero: una rivoluzione fiscale liberale, che tagli la spesa pubblica – a partire da quella improduttiva e clientelare – e restituisca un briciolo di libertà economica a chi produce, investe e lavora.
Andrea Bernaudo, 20 ottobre 2025
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