
Ovviamente sull’autenticità dei filmati diffusi dalla polizia israeliana relativi all’assenza di qualsivoglia aiuto umanitario a bordo delle navi della flottiglia, si apriranno tutti quei dibattiti in talk show che invece non hanno riguardato l’autenticità delle lacrime di cantanti e cantautori.
I filmati relativi alle perquisizioni delle “navi” e delle barche della Flotilla sono disponibili in internet, e vedono la luce dopo lo sbarco degli attivisti che forse, insieme con i telefonini buttati a mare (nessuno ovviamente si chiede quali telefonate dovevano tenere nascoste e segrete) nei minuti prima dell’abbordaggio delle forze israeliane hanno forse regalato ai pesci anche le tonnellate di beni alimentari pronti per sfamare i gazawi.
Non diffuso invece il filmato satellitare che documenta il trasbordo circa due ore prima dell’arrivo in acque pericolose, di dieci uomini da una imbarcazione della flottiglia a una nave che – fonti non confermate affermano – pare provenisse dalla Turchia.
È curioso che queste informazioni facciano seguito alle dichiarazioni di una delle principali organizzazioni umanitarie che hanno sostenuto la missione-crociera verso Gaza, ovvero Music for Peace che ha caricato in Internet e dichiarato a Rai3 come container di aiuto raccolti per la flottiglia siano stati imbarcati su una nave con destinazione Aqaba in Giordania, con l’obiettivo poi di trasportarli via terra sino alla Striscia di Gaza.
“Non abbiamo trovato nessun aiuto alimentare sulle barche sequestrate”, ha detto l’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled a L’Aria che Tira su La7. “Sono accuse totalmente infondate. Sulle barche partite dall’Italia c’erano casse di aiuti, alimentari e medicine, preparati dall’associazione Music for Peace”, ha replicato la portavoce italiana del Global Movement to Gaza, Maria Elena Delia.
Dietro l’ondata di sdegno popolare per quello che tutti sapevano sarebbe accaduto, ovvero il blocco delle barche, l’arresto degli attivisti e il sequestro delle barche, la propaganda Pro-Pal dimentica anche due dettagli non marginali.
Come ogni mediocre velista sa, il problema delle provviste è strategico per chi vuole compiere una crociera superiore ai tre o quattro giorni. Secondo quanto confermato dall’intelligenza artificiale una barca a vela fra i 12 e i 15 metri, molto ben organizzata può trasportare scorte di cibo secco per 4 persone e una autonomia limitata di acqua. Considerando che la flottiglia era in mare da un paio di mesi e che gli attivisti, ripresi dalle loro stesse telecamere, non risultavano deperiti, si può pensare che parte delle scorte sia stata giustamente utilizzata per sfamarli e che quindi (al di là dei filmati negazionisti della polizia israeliana) i carichi umanitari (se esistiti) si siano ridotti sensibilmente.
Voci ufficiali in ogni caso a stive piene, specie delle imbarcazioni più grandi, l’intera flottiglia avrebbe potuto trasportare un terzo di quanto consegnato ogni giorno per reti umanitarie consolidate ai cittadini di Gaza (Hamas e i suoi predoni permettendo).
Ma esiste una seconda considerazione. Gaza non dispone di un singolo porto e anche i pontili provvisori sono stati distrutti in questa lunga e sanguinosa guerra: lo sbarco dalle imbarcazioni avrebbe dovuto avvenire quindi con gommoni attrezzati per questa necessità e con un passa mano di casse da attivista ad attivista. Il tutto mentre su Gaza City continuavano i bombardamenti.
Nonostante la presenza di qualche portuale a bordo, avvezzo a queste manovre in habitat ben più confortevoli, l’operazione avrebbe presentato dinamiche e difficoltà difficilmente superabili.
Ma si, allora. Forse meglio arrivare a stive vuote ma accompagnati dalle lacrime di qualche cantante milionaria.
Bruno Dardani, 3 ottobre 2025
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