I recenti episodi di guerriglia urbana che hanno incendiato le periferie francesi dopo la finale di Coppa rappresentano l’ennesima eruzione di una tensione profonda, stratificata e tutt’altro che episodica. Non è solo rabbia giovanile o criminalità diffusa: è qualcosa di più radicato. È la frattura mai sanata tra la Francia e i suoi ex sudditi coloniali o, meglio, i loro figli e nipoti. Questo punto è cruciale per distinguere nettamente il caso francese da quello italiano.
In Francia, i protagonisti delle rivolte sono spesso cittadini francesi a tutti gli effetti, nati sul territorio o nelle sue ex colonie, figli di un impero che non si è mai veramente riconciliato con il proprio passato coloniale. Non si tratta quindi di migranti di passaggio o di clandestini: si tratta di seconde o terze generazioni che si sentono sì escluse dal “sistema”, ma che al contempo lo contestano con una furia che ha radici storiche. Non è solo povertà o disagio sociale, è anche — e soprattutto — una rabbia identitaria. Il cittadino nato nelle banlieues, figlio di algerini o tunisini, percepisce lo Stato come un colonizzatore che ha cambiato metodi ma non sostanza. A differenza di quanto si potrebbe credere, il passaporto francese non basta a trasformare questa ferita in cittadinanza piena.
In Italia, il quadro è profondamente diverso. Anche laddove esistono situazioni di degrado, disagio o delinquenza urbana, manca del tutto la componente post-coloniale che rende così esplosiva la realtà francese. I nostri immigrati più problematici sono spesso irregolari, privi di radicamento stabile, e provengono da aree del mondo che non hanno avuto con l’Italia un rapporto storico paragonabile a quello tra Francia e Maghreb. L’Italia, pur tra imperdonabili eccessi, non ha esercitato un dominio coloniale così lungo e oppressivo né ha mai incorporato masse di ex sudditi nel proprio territorio nazionale come ha fatto Parigi.
Inoltre, mentre in Francia si assiste a una rivendicazione identitaria che sfocia in una forma di “rappresaglia sociale”, in Italia — quando avvengono disordini legati all’immigrazione — si tratta spesso di episodi isolati, legati alla disperazione o alla criminalità, non di rivolte organizzate con valenza simbolica. La rabbia verso “l’Occidente” che può animare alcuni immigrati in Italia non è diretta specificamente contro lo Stato italiano. Non è — ancora — una vendetta storica, ma piuttosto una reazione a condizioni materiali precarie o a un disagio culturale.
Questo non significa che il problema sia meno grave da noi, ma è diverso, meno strutturato, più legato alla presenza irregolare e meno al senso di ingiustizia intergenerazionale. Soprattutto, è ancora quantitativamente contenuto e assolutamente controllabile ed eliminabile con la giusta determinazione, prima che sia troppo tardi.
La Francia, in questo senso, rappresenta un monito: quando si ignorano troppo a lungo le fratture storiche, le periferie diventano polveriere. In Italia, la sfida è evitare che quelle polveriere si accendano, prima che il nostro sistema sociale venga messo alla prova da dinamiche simili. Perché le “banlieues” possono anche non essere ancora italiane, ma nessun Paese è immune se sottovaluta la miscela esplosiva di identità, marginalità e rancore.
Giorgio Carta, 2 giugno 2025
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