
Smettiamola di raccontarci questa favola tossica, questa menzogna comoda che assolve tutti: “mancano i medici”. No. I medici ci sono. I numeri? Parlano una lingua brutale, inequivocabile. Germania: 388.000 medici. Italia: 316.000. Francia: 252.000. Spagna: 212.000. Rapporto per abitanti? Europa media: 3,9 medici ogni 1.000 abitanti. Italia: 5,4. Leggi bene: 5,4! La Germania 4,7, molto sotto. Spagna 4,4. Francia 3,9. Non sono numeri miei, li scrive l’OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).
I medici ci sono. Esistono. Respirano. Hanno studiato sei anni più cinque di specializzazione. Parlano latino medico e sanno dove mettere le mani. Il problema è che noi, come sistema-Paese, abbiamo deciso che non valgono niente.
Siamo tra i Paesi più ricchi di medici al mondo, in valore assoluto e per capita. Eppure i pronto soccorso collassano, le liste d’attesa sono infinite, i reparti sono deserti di notte. Come è possibile? Semplice: perché abbiamo costruito un sistema che tratta i suoi professionisti come carne da macello, poi ci stupiamo se emigrano, si dimettono, si rifiutano di coprire turni disumani.
E allora dov’è il vero problema? I soldi. E le condizioni. Ma soprattutto il rispetto della figura, perché le condizioni peggiorano quando sai che sei pagato come un cassiere part-time (con tutto il rispetto) per salvare vite umane.
Un medico assistente in Italia, quello che ha appena finito undici anni di studio e sacrifici, prende 2.300–2.500 euro netti al mese. In Francia ne prende 4.000. Dopo pochi anni, 8.000. In Germania parte da 10.000, poi 20.000. Un primario italiano, quello che ha dedicato vent’anni della propria vita alla sanità pubblica, che ha visto morire pazienti, che conosce ogni angolo del suo reparto, arriva – arriva – a 4.500 euro mensili. Netti, se è fortunato. In Germania un primario può guadagnare 40.000 euro al mese. Quarantamila.
Non è un refuso. Non è un errore di battitura. È la realtà di un Paese che ha deciso di valorizzare chi si prende cura della salute dei cittadini. E noi? Noi ci stupiamo se se ne vanno. Se accettano offerte all’estero. Se rifiutano turni massacranti da 12 ore consecutive. Se non vogliono tappare i buchi di un sistema che cola da ogni parte, con lo scotch e il buon cuore. No, cari signori: non manca il medico. Manca la disponibilità a lavorare per stipendi che sono un insulto all’intelligenza, alla professionalità, al senso stesso della dignità umana.
Nel pubblico italiano esiste una figura mitologica chiamata “produttività aggiuntiva”. Suona bene, vero? Quasi meritocratico. La realtà: 7 euro l’ora. Sette. Per un medico specializzato. Meno di quello che prende un ragazzo che scarica bancali al supermercato (sempre con tutto il rispetto). È un insulto professionale mascherato da compenso. È sputare in faccia a chi ha studiato undici anni e dire: “Ecco, questo è quanto vali in più se lavori oltre l’orario già insostenibile”.
Intanto, nel parallelo universo del privato accreditato, le cose funzionano. Magicamente, miracolosamente. Come? Il Servizio Sanitario Nazionale rimborsa un certo numero di prestazioni basate sul DRG (Diagnosis Related Group), una quota media per patologia che copre degenza, intervento, materiali. La clinica privata paga i medici con uno stipendio fisso più una percentuale del DRG, circa il 10%, ripartita nell’équipe chirurgica. Risultato? I medici sono disponibili. Le liste d’attesa si accorciano. Gli interventi si fanno. I pazienti vengono operati. Nessun dramma, nessun pianto greco, nessuna emergenza nazionale. Semplicemente: incentivi economici adeguati, professionisti motivati, sistema che funziona. Nel pubblico? Macerie. Lamenti. Fuga di cervelli. Reparti vuoti. Concorsi deserti.
Eppure la soluzione sarebbe elementare, quasi imbarazzante nella sua semplicità: applicare un meccanismo simile nel pubblico. Un intervento (esempio) rimborsato 5.000 euro dal SSN? Destina 500 euro all’équipe medica. Dieci percento, come nel privato. Niente di rivoluzionario. Niente di utopico. Se un chirurgo ne fa cinque in un sabato mattina – perché magari ha voglia di smaltire la lista d’attesa, di operare quel paziente che aspetta da mesi, di fare il suo lavoro – sono 2.500 euro. Improvvisamente, miracolosamente, i medici non mancherebbero più. Anzi, li troveresti in fila. Disponibili. Motivati. Giustamente, aggiungo.
Perché lavorare di più dovrebbe significare guadagnare di più, o siamo nel Medioevo della servitù feudale? Ma no. Noi preferiamo la narrazione comoda, l’autoassoluzione collettiva: “Mancano i medici, poverini noi”. Così nessuno deve assumersi responsabilità. Nessuno deve ammettere che abbiamo costruito un sistema che sfrutta, umilia, e poi espelle i suoi migliori professionisti.
Il problema non è mai stato il numero. È sempre stata la dignità. Il rispetto. Il riconoscimento del valore. E finché continueremo a fingere che il problema sia altrove, continueremo ad avere ospedali vuoti in un Paese pieno di medici. Medici che stanno scappando. E che, francamente, hanno tutte le ragioni del mondo per farlo.
Pietro Danieli, 7 febbraio 2026
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