Federica Pellegrini è finita al centro delle polemiche per alcune dichiarazioni sulle gare affrontate anche in condizioni fisiche difficili, tra febbre e problemi intestinali. E si è riaperto il solito dibattito: fino a che punto un atleta deve stringere i denti? Quando è giusto fermarsi? Domande legittime. Ma che rischiano di dimenticare un dettaglio fondamentale: stiamo parlando di sport agonistico, non di una nuotata domenicale in piscina.
Perché chi pratica sport ad altissimo livello non può scegliere sempre il giorno perfetto. Non può telefonare agli organizzatori delle Olimpiadi e chiedere di spostare la finale perché ha dormito male, ha mal di pancia o non si sente al cento per cento.
Le gare che contano davvero, quelle per cui un atleta lavora mesi o anni, sono pochissime. Magari tre grandi appuntamenti in una stagione, talvolta uno solo capace di cambiarle il significato. E può succedere che proprio quel giorno arrivi un’indisposizione. Che fai? Butti via tutto automaticamente?
È qui che entra in gioco l’agonismo. La capacità di misurarsi anche con le difficoltà, di capire quanto si può dare, di non considerare ogni contrattempo una ragione sufficiente per rinunciare. Non è una questione di eroismo obbligatorio. È una parte della competizione.
Naturalmente esiste un limite. Una febbre alta, un’infezione o una disidratazione possono rendere pericoloso gareggiare. E nessuno dovrebbe essere costretto a mettere a rischio la salute, soprattutto quando i medici consigliano di fermarsi. Ma questo è diverso dal sostenere che qualunque malessere debba comportare automaticamente il ritiro.
Un campione deve poter valutare, con il proprio staff sanitario, se sia nelle condizioni di competere. E deve poter scegliere di provarci, quando è sicuro farlo, senza che questa decisione diventi necessariamente un caso morale. Il punto, insomma, non è glorificare la sofferenza. È riconoscere che lo sport di vertice richiede sacrifici e decisioni difficili. E che non tutte le situazioni possono essere giudicate con i criteri della normale vita quotidiana.
Federica Pellegrini ha costruito la sua carriera in un mondo in cui una finale può valere quattro anni di preparazione. Si può discutere il linguaggio con cui racconta quell’esperienza. Ma liquidare la mentalità agonistica come se fosse soltanto una forma di insensibilità significa non cogliere che cosa comporti competere ai massimi livelli. Perché nello sport di un certo livello, vuoi o non vuoi, arrivarci vicino conta solo a bocce.
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