
La vicenda giudiziaria di Garlasco, che secondo chi scrive rappresenta un caso di scuola sotto il profilo del processo mediatico, continua a riscuotere grande attenzione da parte dell’opinione pubblica. Una opinione pubblica che, da quanto si può desumere scartabellando tra i vari social, in grande maggioranza ritiene che si sia commesso un grave errore giudiziario ai danni di Alberto Stasi. A contribuire alla sua condanna, bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscerlo, sono risultati molto importanti due fattori: la convinzione della famiglia Poggi e dei suoi rappresentanti legali e la quasi conseguente linea colpevolista di gran parte dei mezzi d’informazione, compresi i vari programmi televisivi di intrattenimento. Avendo seguito il caso sin dalle prime indagini, ricordo le estenuanti discussioni incentrate sullo sguardo apparentemente freddo del “ragazzo dagli occhi di ghiaccio” , sulla sua telefonata al 118, sullo scambio dei pedali – che i consulenti della procura dell’Appello bis non avvalorarono – , sul fatto che sotto le scarpe di Stasi non furono rinvenute tracce di sangue – sottacendo sul piccolo dettaglio che queste ultime vennero sequestrate il giorno successivo e che neppure quelle dei militi entrati senza calzari avevano tracce ematiche – e tutta una serie di congetture e illazioni che nel corso del tempo si sono trasformate in prove indiziarie di una condanna ritenuta granitica.
Una condanna, vorrei ricordare, si è basata su una ricostruzione che avrebbe fatto invidia ad H.G.Wells, autore del celeberrimo romanzo “The Time Machine”, dal momento che per mandare in galera il fidanzato della povera Chiara Poggi, malgrado non vi fosse uno straccio di prova circa il momento in cui ebbe inizio l’aggressione omicidiaria, è stato spostato indietro di oltre un’ora, rispetto a quanto stimato dal patologo, l’evento criminale. Tant’è che, basandoci su ciò che è stato scritto nella sentenza di condanna, per compiere tutto ciò che si sostiene abbia fatto Stasi, quest’ultimo vi sarebbe riuscito solo se fosse stato in possesso della prodigiosa macchina del tempo descritta nel citato romanzo fantascientifico.
Sta di fatto che all’epoca, contrariamente a quanto stia accadendo oggi, in cui buona parte dell’informazione sembra aver compreso che probabilmente in carcere c’è finito un innocente, la maggioranza dei media, come troppo spesso accade nel Paese, presero per oro colato le tesi dell’accusa e quelle fotocopia della parte civile, evitando di sottoporre le stesse tesi strampalate all’esame critico che si sta facendo oggi, ad oltre dieci anni da una condanna passata in giudicato.
D’altro canto, occorre aggiungere sul piano generale, che le società umane tendono per tutta una serie di motivazioni in gran parte inconsce – pensiamo al mito ancestrale del capro espiatorio – ad essere pregiudizialmente colpevoliste. L’uomo comune, sotto questo profilo, prova un senso di sollievo catartico nel vedere un mostro presunto omicida prima sbattuto in prima pagina e poi condannato ad una pena esemplare. Ciò, come accaduto nel caso di Garlasco, è stato facilitato dall’aver rapidamente ristretto l’indagine ad un solo soggetto, creando così i presupposti per focalizzare l’indistinta sete di giustizia del popolo che si appassiona a questi casi sul “biondino dagli occhi di ghiaccio”.
Ma ora si è creato un grosso problema per chi ancora oggi considera la sentenza di condanna di Stasi alla stregua del Decalogo: la nuova indagine promossa dal coraggioso procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, sta gradualmente ma inesorabilmente smontando pezzo per pezzo la medesima sentetnza di condanna. E questo, se mi consentite, per i professionisti mediatici del colpevolismo all’ingrosso non è un problema da poco.
Claudio Romiti, 26 dicembre 2025
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