
L’ultima clamorosa “svolticchia” del caso di Garlasco conferma un celebre aforisma attribuito a Carletto Marx, secondo cui “la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia – la condanna senza prove di Alberto Stasi -, la seconda come farsa – in questo caso il tanto atteso deposito presso la Procura generale di Milano degli “sconvolgenti” audio sbandierati da Roberta Bruzzone da oltre un mese.
Si tratta, a mio modesto parere di un estremo tentativo di inquinare i pozzi della nuova indagine, tra i cui scopi ci potrebbe essere quello di evitare il grave danno che una eventuale, prossima riabilitazione dell’attuale condannato comporterebbe alla reputazione di chi, come la citata criminologa, ha sostenuto a spada tratta la correttezza del giudicato, ottenendo per questo un grande ritorno sul piano della visibilità.
In primis occorre rilevare che questa iniziativa, portata avanti attraverso un esposto di una giornalista, che secondo alcune fonti sarebbe in forza alla Rai (in un post pubblicato su Facebook, Selvaggia Lucarelli, si tratterebbe di Chiara Ingrosso, ex inviata di Farwest, in onda su Rai3), arriva poco prima del summit tra il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, e la collega della Procura generale di Milano, Francesca Nanni (incontro che secondo molti osservatori sarebbe propedeutico per la revisione della condanna de “Biondino daglli occhi di ghiaccio”).
Nel dettaglio, come riporta un argomentato articolo de il Giornale, l’esposto sarebbe stato, per l’appunto “presentato da una giornalista tramite lo studio legale Gasperini Fabrizi, in cui si segnala, in sintesi, che l’avvocato Antonio De Rensis, difensore del condannato Alberto Stasi, e Alessandro De Giuseppe de Le lene avrebbero provato a orientare i contenuti mediatici delle nuove indagini – dirette dalla Procura di Pavia – sul delitto di Garlasco. Un documento di venti pagine, più cinque di fotografie, e diversi contenuti audio, di cui ha parlato in trasmissioni televisive anche la criminologa Roberta Bruzzone, cui a partire dal marzo 2025 (data in cui viene reso noto che Andrea Sempio è indagato per l’omicidio in concorso di Chiara Poggi) la cronista annota presunte anomalie nel seguire una vicenda di eccezionale esposizione mediatica”.
Ieri sera, ospite di Ore 14 Sera, De Rensis ha risposto in merito all’esposto che considera “un’operazione spazzatura, volevano colpire come primo obiettivo Stasi”. “I primi a doversi sentire offesi da questa operazione spazzatura – ha detto l’avvocato – sono i giornalisti italiani perché pensare che un uomo che vive nella provincia di Bologna possa orientare tutta la stampa italiana è un’offesa a tutti i giornalisti italiani. Sfido un giornalista a dire che io l’ho pressato, ho tentato di convincerlo, se c’è si faccia avanti. Io farò come i giocatori di poker, andrò a vedere, partirò con azioni vere. Non ho frequentato giornalisti in maniera particolare, mai inviato un vocale, se vengo messaggiato chiamo. C’è stata una giornalista che mi ha fatto un pressing anomalo e sapendo che è in rapporti con un mondo ostile a noi, con lei ho cenato il 22 gennaio in un ristorante noto di Milano, in un tavolo centrale, davanti a tutti, e tutti possono testimoniare cosa è accaduto. Quella sera ho parlato per l’80% di cose che non c’entrano con l’inchiesta, di Garlasco non ho detto niente di cui non parlo abitualmente. Non so se è lei, però non avendo parlato con nessuno, per deduzione…”.
Ora, al di là di qualsiasi altra considerazione, come si sostiene nell’esposto, la tesi del depistaggio mediatico-giudiziario sembra provenire proprio da quel feroce fronte colpevolista che, per anni e anni, ha raccontato bubbole, parlando e straparlando della telefonata al 118, dei pedali scambiati – tesi infondata anche secondo il consulente dell’accusa – della bici nera il cui modello la famiglia Stasi non ha mai posseduto – o dell’assenza di tracce di sangue sotto le scarpe del condannato, analogamente a molti dei soggetti che sono successivamente accorsi sul luogo del delitto.
Ebbene, mi sembra veramente paradossale che chi all’epoca sia riuscito efficacemente ad orientare l’opinione pubblica contro il fidanzato della povera Chiara Poggi, cucendogli addosso l’abito del perfetto colpevole, oggi si permette il lusso di puntare il dito nei riguardi delle persone che credono nella sua evidente non colpevolezza, avvocati e giornalisti compresi. Giornalisti innocentisti che in prima linea – al tempo unica ed autorevole voce dissonante, come durante il primo processo Tortora – hanno sempre annoverato il grande Vittorio Feltri.
Personalmente, con tutto il rispetto per la nobile attività del contadino, io credo che in Italia, soprattutto nel complesso settore dell’informazione criminologica, troppe braccia siano state sottratte all’agricoltura.
Claudio Romiti, 24 aprile 2026
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