Oggi tocca fare i maestrini con i maestrini che non sanno fare quello che si ostinano a voler fare, tipo la giudiziaria che di conseguenza ne esce abbastanza mortificata, prendiamo il solito a caso: Paolo Berizzi, il quale si cimenta in un esercizio di equilibrismo con la rete a tre centimetri da terra a proposito del delitto di Garlasco, riaperto in una apparente confusione di sospetti, di ricerche, di corpi contundenti; c’è un condannato definitivo, l’ex fidanzato Stasi, che sta completando la sua pena a 16 anni, e ci sono altri possibili protagonisti di sfondo, c’è un contesto che si va ricostruendo, a 20 anni di distanza, ci sono eventuali armi improprie da trovare, da scandagliare.
Va bene. Va tutto bene. Ma Berizzi fa quello che non si dovrebbe fare (tanto nessuno lo sanzionerà), fa un pezzo dove la giudiziaria scade a gossip; il sospetto, nostro però, è che qualcuno gli abbia passato roba coperta e lui, non potendola scoprire, ci gira intorno, allude, fa un po’ quello che sa le cose prima della magistratura, che invece le sa benissimo, butta là impressioni, suggestioni, in un intervento del tutto privo di concretezza, di fondamenti, di notizie, di elementi non si dica certi ma almeno consistenti, plausibili. Mica è una colpa ricevere materiale in anticipo, anzi, nella cronaca giudiziaria è un merito, è il “chi primo arriva”. Solo che ormai la giudiziaria, anche per colpa di quelli come Travaglio, è ridotta a un elenco di verbali, di intercettazioni che poi diventano libri, di “lui ha detto che quello ha detto” (quanto se ne indignava Giorgio Bocca!), e, ultimanente, coincide con le chat, con i whatsapp. Che possono esserci, beninteso, ma presi così, presi a sé non fanno una cronaca, non fanno niente. Vale a dire che anche la giudiziaria, segno dei tempi, è ridotta alla sua negazione.
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Hai la notizia? Dalla! Non ce l’hai? E allora che fai, la danza dei messaggini, delle circostanze, delle frequentazioni condite da una immancabile dose di attitudine ideologica, moralistica? Succede che noi cronisti funzioniamo, sapendolo benissimo, da vettori, latori, cause o effetti avversi; succede che ci usano e noi accettiamo di buon grado perché fa parte del mestiere, per scatenare indiscrezioni, anticipazioni sulle quali poi lavorare, “l’ha detto il tale cronista, sta scritto sulla tale testata”: l’input può essere un legale a difesa o di accusa, così come un pubblico ministero: ti passo questa roba ma sia chiaro noi non ci siamo mai visti, anzi se la scrivi sarò costretto a denunciarti per rivelazione di atti coperti (il magistrato) o diffamazione (l’avvocato), è un balletto delle parti vecchio come la giudiziaria. Allora il cronista se è bravo usa la confidenza in un modo malizioso ma delicato, misurato, sapendo che sta aprendo strade confortevoli per chi indaga (o difende); se non ci sa fare, fa un pappone che non nutre ma dai sapori curiosi e non necessariamente gradevoli.
Giudicasse chi legge: “Che c’entra Chiara Poggi, studentessa modello, cresciuta a pane e parrocchia, volontariato, letture — infine fidanzata con l’ex chierichetto Alberto Stasi conosciuto in oratorio a cui lei chiede in prestito un libro di economia e poi si innamorano e si frequentano i fine settimana come due fidanzatini di Peynet, prima dell’abisso — , che c’azzecca una così con i party in piscina, le feste a tema, la vanità di chi punta a sfondare in tv, magari via reality show, e si diverte con serate accese dall’alcol dove forse qualcuno “va oltre” facendo cose “da grandi”? Che cosa è successo, se c’è stata, alla festa in una villa con piscina, a luglio, a Garlasco, pochi giorni prima che Chiara venisse uccisa in casa a colpi di martello in testa? Chi era il, o la, proprietaria della villa, e chi erano gli invitati? E ancora: sanno qualcosa, le gemelle Paola e Stefania Cappa, cugine della vittima — va sottolineato: non indagate — di quelle serate? E il nuovo indagato Andrea Sempio, lui ne era al corrente? Sono le tante domande che fanno da sfondo alla nuova inchiesta sull’omicidio di Garlasco per il quale nel 2015 Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni in via definitiva. In questo vortice di ipotesi che attendono riscontri investigativi, una cosa è certa. Negli ultimi mesi Paola Cappa — una delle gemelle “K” (oggi 41enni), food blogger e pole dancer — contatta un uomo. Si conoscono da anni. È il piacentino Francesco Chiesa Soprani, agente dello spettacolo (collaborazioni con, tra le altre, Elisabetta Gregoraci e Noemi Letizia), inserito nella Milano dei locali, delle starlette e dei tronisti, già collaboratore di Lele Mora e di Fabrizio Corona che provò a emulare. Paola Cappa, che vive a Ibiza e che su Instagram ha aperto un profilo con il finto nome “Polina Krasaviza”, con Chiesa Soprani racconta e evoca — in alcuni casi sfogandosi — quei giorni dell’estate 2007 dopo l’omicidio della cugina Chiara. Lo fa con decine di messaggi, soprattutto vocali. Messaggi che non sono stati (ancora) acquisiti dalla Procura di Pavia. Ma che non sarebbero più solo nella disponibilità del manager. In uno di questi messaggi Paola Cappa riferisce all’amico, tra le tante, una circostanza: qualcuno, all’epoca, avrebbe voluto incastrare Alberto Stasi. In altre chat con Chiesa Soprani, la donna — 23enne all’epoca dell’omicidio — confessa di essere nervosa e frustrata, condivide stati d’animo e antipatie: per esempio nei confronti degli zii (i genitori di Chiara). Parla anche di un rapporto complicato con la sorella Stefania. Ricordiamo come le gemelle “K”, in quell’agosto 2007, irrompono sulla scena mediatica: si presentano di fronte alla villetta di via Pascoli perfettamente truccate, vestite di tutto punto, gli occhiali scuri a mascherina, portando un mazzo di fiori finti che appoggiano al cancello insieme a un fotomontaggio che le ritrae con Chiara, e un biglietto. Il tutto a favore di telecamere. Il mondo delle gemelle “K” è quello de “Le Rotonde” di Garlasco. Figlie e figli della borghesia locale (il padre Cesare Cappa è un noto e influente avvocato) che si incontrano nella discoteca simbolo della cittadina così come nelle ville della Lomellina. Nelle occasioni conviviali si incrociano tante comitive di giovani. Qualcuna è formata anche da ragazzi con estrazione sociale diversa. È il caso, per esempio, di Andrea Sempio, amico di Marco Poggi fratello di Chiara. Sempio ha quattro anni in meno rispetto a Stasi e alle cugine di Chiara (la vittima ne aveva 26). Si conoscevano le gemelle “K” e Sempio? E soprattutto: quel mondo di garlaschesi poco più che ventenni era anche il mondo di Chiara, oppure, più probabile, lei non ne era affatto attratta? Perché, come già emerso, tra Chiara la “secchiona” e le sue cugine non c’era consuetudine e forse nemmeno grande affinità? Tra gli scenari sui quali si muovono le nuove indagini fa capolino anche questo elemento: una rigidità e una timidezza, quasi ritrosia, di Chiara rispetto ad abitudini più disinvolte di amiche, amici, parenti o solo conoscenti. Può essere stata una causa di dissapori e contrasti?”.
Tanta roba, potrà dire uno arrivato in fondo. Invece è tanto niente. Una ridda di domande retoriche, che c’entra, che c’azzecca, in una melassa di moralismo che tira dentro le discoteche, il mondo delle gemelle K, la borghesia locale, che, sottinteso, è di destra, Lele Mora, Ibiza, le aspiranti olgettine di un tempo, le influencer, i dissidi familiari, la smania di protagonismo. E allora? C’è un solo delitto eclatante, dunque mediatico, che possa ormai prescindere dalla smania protagonistica di tutti? Se perfino le madri, di vittime o colpevoli è lo stesso, per prima cosa si lanciano in favor di telecamere, gli occhiali scuri, le pose studiate, e concludono: voglio giustizia, cioè voglio una candidatura.
Può essere benissimo che la Procura indaghi sulla base di sospetti fondati, concreti: qualcuno che voleva incastrare Alberto, il fidanzato, e c’è riuscito, sappiamo che qualcuno si è dato molto da fare perché il caso fosse riaperto, e la domanda resta sempre la stessa: chi e perché a Garalsco dopo due decenni si è messo in moto, si è messo a spifferare cosa? Ma da questi pettegolezzi non si capisce niente e non si arriva a niente.
A Berizzi, che ragiona in modo settario, non piace il mondo delle Gregoraci e dei Lele Mora, per dire il vecchio berlusconismo oggi nella sua fase -post, non piacciono le donnine da social, volendo non piacciono neanche a noi ma da qui a costruire un castello di nuvole ce ne corre. Il mondo dei garlaschesi incompatibile con la parrocchiana Chiara e il chierichetto Alberto? Certo chi indaga deve considerare tutto, anche il contesto sociale, anche i rapporti sentimentali, ma se questo è il tentativo di dar conto delle indagini, diremmo che gli investigatori stanno in alto mare. Il che probabilmente non è, questa è solo la cronaca di chi non può dire niente ma lo dice in modo maldestro, sgangherato. E abbastanza fazioso, come se noi partissimo dalle frequentazioni di alcuni possibili sospettati, che so, habituè dell’Anpi, dell’Askatasuna, delle ong scafiste, per dedurre una possibile, verosimile colpevolezza. Spiaze, per Repubblica, ormai in avvitamento anche qualitativo, ma diremmo che certi suoi cronisti troppa pastasciutta debbono mangiare ancora. Pastasciutta antifà, naturalmente.
Max Del Papa, 16 maggio
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


