
Da semplice cittadino, avendo seguito molti dei casi giudiziari che hanno fatto più clamore negli ultimi decenni, sono da tempo convinto che la separazione delle carriere dei magistrati sia sempre più necessaria. Ciò perché nell’attuale situazione, in cui aleggia come un’ombra sinistra lo spirito di colleganza tra magistrati, si avverte la sensazione che la terzietà del giudice assai spesso è messa in discussione dall’andamento di molti, controversi iter processuali.
Ora, proprio in merito all’aspetto forse più dirimente della riforma della Giustizia, portata avanti in prima persona dal ministro Nordio, ho trovato una interessante intervista a Claudio Pratillo Hellmann – il giudice della Corte d’Appello di Perugia che mandò assolti la prima volta (in seguito furono condannati nell’appello bis e definitivamente assolti dalla Cassazione) Raffaele Sollecito ed Amanda Knox per l’omicidio di Meredith Kercher) di Meo Ponte per la Repubblica.
Malgrado siano passati 10 anni, il contenuto a mio avviso dirompente di ciò che dichiara il magistrato è tale che merita di essere riportato integralmente, almeno per ciò concerne il passaggio che tocca direttamente la questione in oggetto.
Per la cronaca, l’intervista è stata rilasciata all’indomani della definitiva assoluzione dei due imputati e, evidentemente, Pratillo Hellmann volle togliersi un vero e proprio macigno dalla scarpa.
“L’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito da parte della Corte di Cassazione – esordisce il giudice -? Non è soltanto la soddisfazione per il riconoscimento implicito della validità della sentenza emessa a suo tempo dalla corte che presiedevo, ma è soprattutto la fine di una grande sofferenza. Per tre anni e mezzo ho sofferto per la sorte di due ragazzi che ritenevo innocenti e che rischiavano di scontare una pena durissima per un delitto che non avevano commesso”.
“Come mai lasciò la magistratura proprio dopo quel verdetto? – gli chiede il giornalista, e qui si aprono le cataratte delle note dolenti – Praticamente fui costretto – ammette senza infingimenti il coraggioso magistrato -. La nostra decisione fu accolta con reazioni di sdegno. Ricordo ancora i fischi e le urla di una claque che si era radunata la sera del verdetto davanti al tribunale. Dal giorno dopo mi sentii circondato da un’ostilità crescente. Nei bar di Perugia dicevano che mi ero venduto agli americani, che avevo ceduto alla pressioni della Cia. Panzane, certo, ma quello che mi ha colpito di più del linciaggio diffamatorio durato per anni fu la reazione dei colleghi magistrati. Quasi tutti mi tolsero il saluto. In particolare quelli che a diverso titolo erano stati coinvolti nella vicenda. Mi resi conto che quella della mia Corte era stata una voce fuori dal coro in un tribunale dove tutti i giudici, a partire dal gup per arrivare a quelli dei diversi Riesami, pur criticando l’inchiesta, avevano avallato l’accusa. In più ero in predicato per la presidente del Tribunale del Tribunale e naturalmente quella carica venne assegnata ad un altro collega sicuramente degnissimo ma qualche sospetto che si trattasse di una ritorsione mi venne. Sei mesi dopo la sentenza quindi decisi di andare in pensione”.
Avete capito? Tutti i giudici che avevano voce in capitolo nei vari passaggi di un iter processuale che sin da primi riscontri faceva acqua da tutte le parti, “pur criticando l’inchiesta, avevano avallato l’accusa”. Ebbene, tutto questo non ci fa scattare un campanello d’allarme, visto che ciò che è capitato ai due ragazzi, che si fatti ben 4 anni di carcere sulla base di alcuni indizi, se così li vogliamo definire, potrebbe capitare ad ognuno di noi?
In questi giorni, c’è un altro caso indiziario che sto seguendo, il rinvio a giudizio del metalmeccanico senegalese Louis Dassilva, accusato di aver ucciso la 78enne Pierina Paganelli con 29 coltellate. Ebbene è da oltre un anno che il Dassilva si trova ristretto in carcere, malgrado sia caduta la principale prova circostanziale – definita come il solito titolo di “prova regina” da parte dei media colpevolisti – di una video camera che lo avrebbe immortalato in una via adiacente dopo aver commesso il delitto (in realtà sembra che la persona ripresa, la quale si è anche riconosciuta nel filmato, fosse il cliente di un bar adiacente al luogo del delitto).
Ciononostante sia il Giudice per le indagini preliminari – che ha più volte rigettato la richiesta di scarcerazione presentata dai legali dell’indagato – e sia il Gup – che ha recepito in toto il quadro indiziario della procura, decretando il rinvio a giudizio – hanno sempre assecondato le aspettative dalla procura.
Sicuramente avranno i loro buoni motivi, che speriamo trovino conferma nelle risultanze processuale.
Tuttavia, sempre da semplice cittadino, le mie certezze sulla validità del nostro sistema processuale si rinforzerebbero se la terzietà del giudice, come per l’appunto intende perseguire la riforma del governo, fosse resa ancor più granitica rispetto a quanto lo sia attualmente.
Claudio Romiti, 20 luglio 2025
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