Un altro evento abbastanza sconcertante sta scuotendo le acque già molto agitate del caso infinito di Garlasco. Martedì mattina, nel corso di Storie italiane, condotto da Eleonora Daniele si Rai1, i periti informatici del primo processo di Alberto Stasi, Daniele Occhetti e Roberto Porta, hanno annunciato una sorta di silenzio stampa, a seguito degli attacchi ricevuti il giorno precedente, sempre su Rai1, da Paolo Reale, storico consulente della famiglia Poggi, nonché cugino della povera vittima del brutale omicidio. Attacchi a mio avviso piuttosto scomposti nei riguardi di due professionisti rei di essermi messi a lavorare gratis, scoprendo alcuni dettagli interessanti, con l’unico obiettivo di aiutare a raggiungere una verità che in molti considerano ancora tutta da scrivere.
In particolare, grazie ad un software di ultima generazione, Porta e Occhetti avrebbero dimostrato senza ombra di dubbio che anche gli ultimi cinque minuti in cui fu usato il computer di Stasi dalla fidanzata la sera prima del delitto, quando quest’ultimo si assentò per tornare nella sua abitazione, vennero utilizzati da Chiara per aprire tutta una serie di file attinenti alla tesi del suo ragazzo, senza entrare nella famosa cartella nella quale erano conservate le immagini pornografiche scaricate dal “Biondino dagli occhi di ghiaccio”. In questo case si metterebbe una pietra tombale su una delle tante leggende metropolitane che hanno indirettamente contribuito alla condanna di Stasi.
Di diverso avviso Paolo Reale il quale, intervistato da una giornalista della Rai, non solo ha confutato in toto le conclusioni degli ex periti del giudice Vitelli, ma sembra essere andato ben oltre i termini di un civile contraddittorio: “A me lascia molto perplesso – attacca Reale – vedere degli ex periti del 2009 che vengono oggi a parlare come se fossero in missione per conto di Dio. Non depositano nulla. Fanno tutti questi ragionamenti, buttando là delle informazioni. Per carità, eh, si presentano come terzi, ma terzi non lo sono più oggi, oggi non sono più periti. Dicessero le cose vere. Questa missione per conto di Dio sembra diventata una missione per qualcun altro? È una domanda la mia, eh”.
Molto civile e composta la replica dei due tecnici: “Per noi è sempre stata un’attività, come abbiamo detto, che doveva dare un contributo. Un contributo nell’interesse di tutte le parti. Poi quello che abbiamo notato obiettivamente è che c’è stato uno spostamento dell’attenzione nei nostri confronti che non riteniamo neanche giustificato perché i risultati che abbiamo prodotto dovrebbero consentire di entrare nel merito e non chiederci chissà quale disclosure di informazioni, dati, provenienze che riteniamo decisamente superflue. Poi ci sono stati evidentemente tutta una serie di attacchi”. Quando l’inviata della Rai ricorda che “Anche Paolo Reale ieri vi ha attaccato”, Occhetti non nega il fastidio ma mantiene un tono misurato: “Sì, io stimo Paolo Reale perché lo ritengo un ottimo professionista. Infatti lo trovo abbastanza ingiustificato, è un pochino volgare”.
Tuttavia, a margine di questo ennesimo tentativo da parte di chi rappresenta la famiglia Poggi – a cui va tutta la nostra umana solidarietà per la perdita della loro amata figlia – di tappare la bocca a chi si sta spendendo – in questo caso pro veritate – per sbrogliare questa intricata matassa giudiziaria, ancora una volta ci poniamo la seguente domanda: per quale motivo Paolo Reale e i suoi colleghi della parte civile si comportano in un modo che a qualcuno potrebbe ricordare l’inquietante Bernardo Guy del celeberrimo romando di Umberto Eco, Il nome della rosa?
Alla conclusione della seconda e ben più approfondita indagine l’ardua sentenza.
Claudio Romiti, 14 gennaio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


