Garlasco, i colpevoli sono loro

I giornali spacciano la cronaca per gossip. C'è chi dice e non dice. Che triste show sulla pelle di Chiara Poggi, Alberto Stasi e gli altri

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Alberto Stasi (2)

Il vecchio cronista, o se preferite il cronista vecchio che sono, non capisce più, non si orienta: alla vigilia di Tangentopoli, che poi avrebbe spalancato le cateratte della morbosità, la giudiziaria era un campo minato, era camminare sulle uova: dosare le indiscrezioni, accogliere con prudenza le confidenze dei giudici e dei legali, nessun ricorso alle intercettazioni perché ti querelavano e il magistrato procedeva anche se te le aveva passate lui: adesso ci fanno i libri.

Tu magari sapevi o almeno eri convinto della colpevolezza di uno che aveva ammazzato, ma non potevi scriverlo e neppure suggerirlo, giusto qualche impressione, qualche elemento logico concatenato che poteva orientare chi leggeva, ma senza sostituirti agli investigatori. E dovevi pure combattere coi caposervizio che non volevano grane, mi imbattevo in un lager mascherato da comunità di recupero per tossici, gli abusi, gli orrori erano evidenti, i trascorsi dei presunti santoni notori, robaccia malavitosa peggio che al Forteto, ma lo stesso ti stoppavano gli articoli, andiamoci piano, non spetta a noi. E quei benemeriti intanto cercavano di farmi la pelle e dal giornale mi dicevano: guarda che se ti fanno fuori per noi è solo una rogna.

Adesso leggo le cronache da Garlasco e non capisco e se uno non capisce vuol dire che è fuori gioco, che ha fatto il suo tempo. Sarò obsoleto, ma davvero non lo capisco questo carosello infernale di gossip al posto della cronaca: mentre uno sta finendo di scontare una pena di 17 anni per l’accusa più atroce, l’omicidio morboso della fidanzata, viene fuori che forse era innocente, che c’erano degli altri, degli amici, ma non tanto amici, ad incastrarlo, che l’avrebbero fatta franca finora. Parte una giostra di illazioni, di sospetti senza corpo e a volte senza senso, che si possono riassumere in senso ideologico-moralistico-gossipparo: da una parte il giro di Alberto, il colpevole conclamato, e di Chiara, la vittima sacrificale, che non uscivano dalla parrocchia, che formavano i ragazzini, descritti con accenti puritani, lei Chiara “pudica”, vergognosa di partecipare a chissà quali trattenimenti; dall’altra le cugine, sorelle Cappa, ma che vengon fuori come gemelle K, come in un fumetto del crimine anni ’60, dedite alla discoteca, sai che peccato mortale, che vent’anni dopo si sono riciclate nel narcisismo social, sai anche questa che novità, e facevano i festini ma essendo rampolle di un avvocato di grido, questo il non detto, sarebbero state tenute fuori dalle attenzioni degli investigatori.

Poi uno diventato frate domenicano, un altro che era amico di Stasi, di Chiara, ma non si capisce quanto, uno già indagato, poi mollato, poi adesso ancora indagato, poi uno non identificato, i parenti, i paesani, le rotonde di Garlasco, la borghesia al solito infida, vuoi mettere la brava gente dei centri sociali bazzicati da Ilaria Salis? E immancabili scenari di estati vintage, come in una canzone di Umberto Tozzi, di villette e videogames, di computer dove tutti lasciavano ditate e si trovavano, si telefonavano, non essendoci ancora whatsapp, roba normale, di giovanotti e signorine ordinari, dentro un contesto divenuto criminale.

Basta questo a riaprire un caso? Ma poi ci sono, al Luminol, le tracce di sangue vecchie di 18 anni sui tappetini, sui fazzolettini, si cerca un martello, sparito da casa Poggi, trovato finalmente, trovato, ma chissà se poi è proprio quello, comunque ci penserà l’immancabile dna, come nei telefilm americani, che però non è detto sia proprio risolutivo. Dna a pioggia, per tutti, sul frate, sulle gemelle diabolike K che andavano per disco, sui carabinieri e sul medico legale che andavano sulla scena del crimine senza guanti, come in un telefilm tedesco. Dopo quasi due decenni.

Sì, forse tutto questo vapore di illazioni e di pruriti basta e avanza a riaprire un caso, ma se ne ha l’impressione, almeno se sei un cronista vecchio, di un gran casino dove tutti procedono ad estro, pur che se ne parli. Perché in questa nuova vecchia storia di frati e di influencer, ma dopo 20 anni, di amici, di educatori parrocchiali, tutti erano in qualche modo collegati, tutti più o meno si frequentavano, lasciavano impronte dappertutto, e allora si tracciano scenari anche spericolati, tipo che la Chiara sarebbe stata finita a martellate perché non voleva partecipare all’orgia delle gemelle diabolike con chissà chi.

Tutto possibile in quanto romanzesco, senza la grazia perversa di un Simenon, ma questo tutto ai confini della realtà suggerisce un dato di fatto: come minimo, l’inquinamento delle vecchie indagini, dei vecchi processi di conseguenza, come se qualcuno, qualche potere, si fosse messo in mezzo dirottando la compresione degli eventi, la verità dei fatti. Vogliamo parlar chiaro? In questa ridda di possibilità, di ricostruzioni azzardate, di frati che bazzicavano sorelle gaudenti e cugine timorate d’Iddio, affiora come una coda di paglia dei giudici, di chi tesseva le fila delle indagini allora, che oggi si vorrebbero in qualche modo correggere, riequilibrare in modo convulso, che se le antiche protezioni fossero venute meno perché qualcuno si è deciso a parlare.

Già, ma chi, e per dire cosa?

Questo i resoconti gossippari non lo specificano, non possono, alludono, ipotizzano. Brutta, bruttissima cronaca per un storia che è come un pozzo nero da cui attingere qualsiasi cosa. A volte viene il sospetto che certe riaperture clamorose di indagini siano dettate più per ragioni affaristiche, far correre il gossip che alimenta la morbosità che si traduce in pubblicità per i giornali morenti. Il vecchio cronista che sono ne trae una ed una sola certezza: oggi le ricerche su un omicidio rimasto misterioso quanto a motivi e, a quanto pare colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio, riflettono il male profondo del nostro tempo: l’eccesso di tecnologia, il feticismo scientista da dna, l’abuso della comunicazione, le fantasie elementari, pornografiche al posto dell’intuito, la frenesia mediatica, la degenerazione della tragedia in gossip. Segno dei tempi, vent’anni dopo. Già allora la tendenza era invalsa, ed era oscena, ma a questo punto diremmo che sia non solo irreversibile, insanabile, ma addirittura allucinante, la si veda come la si vuol vedere. Altro che società dello spettacolo, siamo allo spettacolo, inverecondo, della società.

Max Del Papa, 17 maggio 2025

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