
A diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi, continuano ad emergere novità che potrebbero riscrivere la storia del processo su Garlasco. Negli scorsi giorni è stata infatti constatata la presenza di un profilo genetico maschile nel tampone orofaringeo eseguito alla vittima durante l’autopsia. La traccia, ribattezzata “Ignoto 3”, non appartiene né ad Alberto Stasi (che oggi sconta la condanna ricevuta in cassazione dopo due assoluzioni), né ad Andrea Sempio, oggi indagato.
A confermare la presenza del DNA maschile estraneo è stata la genetista della Polizia Scientifica, Denise Albani, durante l’incidente probatorio condotto a Pavia nel luglio 2025. Nonostante la quantità del campione sia esigua, meno di una cellula, l’analisi ha evidenziato un cromosoma Y riconducibile a un maschio non identificato. Le autorità stanno ora confrontando il DNA di Ignoto 3 con quello di circa 30 persone coinvolte nelle operazioni autoptiche e investigative del 2007, tra cui medici legali, operatori della scientifica e consulenti esterni. Si tenta così di capire se la traccia sia frutto di una contaminazione involontaria oppure, ipotesi più dirompente, un possibile indizio del vero (o dei veri) killer.
Tuttavia, stando alle ultime dichiarazioni, pare che la garza utilizzata non fosse sterile: l’ennesima dimostrazione che l’intera procedura fu condotta in un clima di dilettante improvvisazione, come ammesso anche da alcuni dei periti coinvolti, e che avvalora la possibilità concreta di un DNA da contaminazione. Pare infatti, secondo gli inquirenti, che la presenza lievissima di DNA (appena 4 picrogrammi) sia compatibile con un inquinamento avvenuto per mano dell’assistente del medico legale, servitosi di una garza presa in sala autoptica (e non di un tampone sterile) e pertanto ulteriormente compromessa dal probabile maneggiamento avvenuto ad opera di uno o più assistenti.
Benché la nuova perizia abbia dunque scongiurato con tutta probabilità la presenza del DNA del killer, certamente non giustifica il nessun caso il modus operandi degli inquirenti sulla scena del crimine e in laboratorio. Sin dalle prime ore successive al delitto, le forze dell’ordine dimostrarono un livello di incapacità procedurale sconcertante. Venticinque persone entrarono nella villetta senza calzari o protezioni, compromettendo irrimediabilmente la scena del crimine. Nessuno pensò di isolare l’ambiente e alcuni periti prelevarono le prove addirittura senza guanti. Il cadavere venne spostato, cancellando col sangue della vittima potenziali impronte, mentre un gatto domestico fu libero di circolare tra gli oggetti. Le scarpe di Stasi vennero sequestrate due giorni dopo, rendendo le analisi sulle suole pressoché inutili.
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Il caso Garlasco è oggi il simbolo di un fallimento giudiziario e investigativo devastante. Il fatto che, nel 2025, si parli ancora di “Ignoto 3” dopo quasi vent’anni, dimostra che chi doveva cercare la verità ha disperso, oscurato e alterato prove decisive. E soprattutto, un’eventuale, ennesima, contaminazione non sarebbe una notizia da riferire en passant, quasi a legittimare l’esito processuale, ma un’ulteriore macchia atta a delineare un iter di indagine apocalittico.
La scientifica, anziché seguire protocolli rigorosi, ha utilizzato strumenti inadeguati, agito senza alcuna cautela e consentito un livello di approssimazione incompatibile con un’indagine. Le conseguenze sono gravissime: oggi non sappiamo se Stasi sia davvero colpevole, se ci sia un colpevole mai indagato, o se la verità sia ormai per sempre compromessa. È una sconfitta dello Stato su tutta la linea.
Alessandro Bonelli, 17 luglio 2025
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