
Laggiù qualcuno ci legge, probabilmente. E dico laggiù a costo di risultare presuntuoso, perché quando sostengo che la cronaca giudiziaria è scaduta a un guazzabuglio di tecnogossip che replica i format televisivi, cominciano a frusciare le code di paglia. Ma non è colpa mia se la stessa Barbara d’Urso era più rigorosa nelle sue ricostruzioni immerse nel trash a confronto, per esempio, di una testata a caso, la solita Repubblica, che, si dice il peccato ma lasciamo pur perdere i peccatori, si lancia in un racconto spiraliforme, altro che guazzabuglio: con l’espressa premessa di mollare per un attimo i cervellotici riscontri tecnistici, sceglie d’inabissarsi nei fondali delle morbosità.
Si spalanca un oscuro immenso sommerso di sospetti autoreferenziali, di messaggi per pochi, di psicosi possibili, di interpretazioni più spericolate della vita di Vasco Rossi (prima, molto prima delle dieci mascherine una sull’altra e “eeeh! Oooh! Mi son fatto tre dosi, capitto!”, di vaccino, s’intende). “Dimenticate per un attimo il caleidoscopio di nuove impronte, tracce ematiche, dna, raccontato in queste settimane dalle cronache…” e da chi, sennò? E dimentichiamo: ma non ci sarà facile dimenticare la sarabanda di trovate in uno stile romanzesco infarcito di ossimori, “il silenzio occhiuto”, roba che Saviano scansati proprio. C’è di tutto, in questo niente. Ci sono le possessioni di Stasi, le sue collezioni disturbanti, c’è la presunta doppia vita di Chiara, santuari e cuori di tenebra (Conrad è un pedaggio obbligatorio per i cronisti con troppa fantasia ma poca inventiva), e, ma sì, doppie vite e doppi telefoni, doppie gemelle con la K e padri intriganti, doppi suicidi e doppie morali. E più uno scorre e più gli vien da ripetere, come in un mantra, in un rosario, e allora?
Mamma mia, che confusione! Per abusare di citazioni abusate. Le cronache di Repubblica sono cronache marziane, ma più che altro grossolane. Ma ce li mandano, sul posto, o è tutta roba di sponda, di telefono, di chat? Dove vanno a parare i segugi di Repubblica? Stanno dicendo che per diciotto anni anche il loro giornale ha scritto e descritto tutto il contrario di quello che emerge oggi? Stanno alludendo, come l’avvocato di Sempio, personaggio più balzachiano che shakesperiano? “Bucata la coltre del bisbigliare ozioso tra i portici di piazza della Repubblica, il silenzio occhiuto delle ville a schiera che si affacciano sulle rogge dei campi di cereali e soia, si intravede oggi una verità alternativa a quella definita sin qui nelle aule di giustizia”, e qui ci togliamo il cappello ma ci mettiamo le cuffie, quelle con la cancellazione del rumor di fondo.
Ma che significa? Ma che stanno a dì? Gira che ti rigira, amore orrendo, esce il solito spaccato della provincia morbosa dove tutti sanno tutto di tutti ma nessuno dice niente di nessuno, in compenso si mormora, si spiffera senza ritegno, sai com’è la provincia, un nido di serpi, un verminaio di pubbliche virtù, giusto Pasolini poteva rimpiangerla, lui che però dovette andarsene da Casarsa se no lo linciavano, mentre a Roma era libero di assecondare la sua natura fra un senso di colpa cattolico e un j’accuse al capitalismo ammazzalucciole. Sì, d’accordo, la provincia è paludosa a Garlasco come a Fermo, a Mercatale, a dove ti pare, ma la racconti così? Come uscita da un feuilleton ottocentesco?
Sì, va bene, i giocattolini sessuali, le gemelle kattive che odiavano Chiara, i suicidi e gli aspiranti tali, i gelosi e i morbosi che poi si fanno frati, i diaconi forse diavoli, ma questa è paccottiglia, è colore fluo dai bagliori truci, un regno delle ombre che non celano corpi. Uno legge e dice, sì, ma al dunque? E non gli resta niente se ha letto da distratto, meno di niente se lo ha fatto da addetto ai lavori. Debbono essersi detti, da quelle parti, dai, forza, abbiamo quattro pagine da riempire anche oggi, ‘sta storia va tenuta su in qualche modo, buttateci dentro il cazzo che volete. Quello che rimane è un banchetto inesausto dove dopo la carne, dopo i lacerti, si spazzolano via i rifiuti organici.
Chi legge da lettore, poi, dovrebbe tenere presente una cosa: quello che esce la mattina sul giornale è già rancido, stantio, specie se in provincia o nel borgo, è ribollita che la gente conosce da subito, da sempre. Perché quello che esce dai reportage è semplicemente la sbobinatura, la trascrizione dei pettegolezzi che circolano come fantasmi. Ecco cosa si intende quando si dice “lasciamo per un attimo da pare i tecnicismi per la vita vera”: che il cronista di turno, e vale per chiunque, anche per chi scrive adesso, molla “per un attimo” gli spifferi che gli vengono dai magistrati, dagli avvocati, e si concede a quelli dell’alcolizzato da osteria, della vicina grifagna, dello scemo del villaggio, del ras del paese che crede di contare qualcosa oltre le mura, dei mostri come se ne trovano in qualsiasi villaggio; rifrulla tutto, ci sparge sopra lo zucchero a velo della narrazione ottocentesca e serve in pagina.
Ma non va da nessuna parte, perché o la verità non la conosce, o la conosce ma non ha le prove e non può fare come Pasolini, agisce nel vincolo di una promessa, il divieto tassativo di rivelarla: non è ancora tempo, lasciate che maturino le cose. A volte ci usano per smuovere le acque e lo sappiamo, a volte siamo noi che ci illudiamo di essere decisivi, di servire la verità quando serviamo al massimo il nostro ego. L’unica cosa che si dovrebbe dire, ma non si osa, è che la magistratura (anche) in questo caso ha fatto schifo, sta facendo schifo: come ha potuto diciotto anni fa, e per diciotto anni, omettere prove che adesso si giurano decisive, perdere elementi, sottovalutare indizi, trascurare piste, giudicare uno, e giudicarlo orco, assassino, per le sue preferenze intime, procedere in base a sillogismi pazzeschi del tipo “se non ha niente da dire allora è colpevole”, usare lo sbigottimento come ammissione, espungere dalle indagini gente che adesso considera il nuovo cannibale? Perché adesso tutti si svegliano? Chi ha innescato la reazione a catena, chi ha spifferato cosa a chi e perché proprio adesso e che cosa è cambiato?
Domande che dall’inizio ci ostiniamo a riproporre ma non troviamo lo straccio di una risposta, se non nelle visioni oniriche dell’avvocato di Sempio con la sua maschera balzachiana o goldoniana. Un bel servizio, vecchia scuola, pochi pruriti e molte circostanze, lo ha fatto su la Verità Fabio Amendolara, che evidentemente ha i riferimenti giusti e li sa usare. Ma quanto a certe ricostruzioni che poi son divagazioni, diremmo che è perfino prodigioso che certuni abbiano avuto una carriera, ma a questo punto siamo abbondantemente approdati alla fase del venerato maestro oppure.
Max Del Papa, 31 maggio 2025
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