Dopo la condanna definitiva a sedici anni di reclusione comminata nel 2015 ad Alberto Stasi, il caso di Garlasco, che per anni aveva letteralmente scosso l’opinione pubblica, appariva finalmente chiuso.
Dall’emissione di quella sentenza di condanna a carico di Stasi sono trascorsi dieci anni esatti, eppure, ancora oggi, quella verità giudiziaria continua a non convincere del tutto. Del resto, non esistono, né sono mai esistite, prove dirette ed inconfutabili a carico del condannato, né l’arma del delitto, né tracce biologiche incontestabili riscontrate sul corpo di Chiara Poggi o nella scena del crimine. I comportamenti di Stasi saranno anche stati giudicati “freddi” e “distaccati”, e le sue abitudini “ambigue”, ma se è vero che simili condotte possono anche instillare più di un dubbio negli inquirenti, è altrettanto vero che né la freddezza né l’ambiguità possono rappresentare delle inoppugnabili prove di colpevolezza.
Sulla base di detti presupposti e dei recenti sviluppi che potrebbero clamorosamente rimettere in discussione tutto l’impianto accusatorio, vale la pena porsi alcuni leciti interrogativi: e se realmente non fosse Alberto Stasi il colpevole dell’efferato delitto? E se inquirenti, media e opinione pubblica, in tutti questi anni, avessero sempre guardato dalla parte sbagliata, additando come colpevole del delitto un soggetto in realtà innocente? Difficile poterlo stabilire con certezza, ma il sospetto che le cose possano effettivamente essere andate così sorge spontaneo. E se così fosse, chi è allora il vero responsabile del delitto di Garlasco? Magari quell’Andrea Sempio, grande amico di Marco Poggi, fratello di Chiara, come qualcuno ardentemente sostiene? Oppure anche quest’ultimo rischia suo malgrado di giocare, in questa triste storia, il medesimo ruolo interpretato fino ad oggi da Stasi, e finire anch’egli per venire additato come responsabile di un orribile crimine pur essendone del tutto estraneo?
Il rischio di tirare dentro, anche in tale ultimo caso, un innocente è assai concreto e va debitamente soppesato e possibilmente scongiurato. Come pure appare doveroso che, a questo punto arrivati, si possano prendere in considerazione anche altre piste fino ad oggi mai battute. E non certamente nell’intento di insinuare il sospetto in soggetti fino ad ora mai coinvolti nelle vicende di Garlasco, bensì nel tentativo di dare maggiore spazio alla logica, cosa raramente accaduta in questi primi diciotto anni di indagini.
In modo particolare, c’è una via che, con ogni probabilità, nessuno, o quasi, ha mai osato o anche solo pensato di poter percorrere fino in fondo. E se il vero responsabile si trovasse in realtà dalla parte opposta? Se si trattasse di un soggetto parte dell’apparato investigativo, non necessariamente con ruoli di prim’ordine, ma anche con posizioni marginali o periferiche? Certo, l’ipotesi criminologica in questione risulta assai inquietante e per di più alquanto estrema, ma merita almeno qualche semplice riflessione, anche perché risulta assolutamente comprensibile che chiunque si trovi a dover condurre delle indagini sia automaticamente portato ad escludere sé stesso. Pensiamoci bene: un soggetto appartenente alla categoria appena citata saprebbe certamente come muoversi, saprebbe molto bene cosa non fare al fine di non farsi notare e non lasciare tracce sulla scena del crimine.
Immaginiamo di tornare indietro a quella mattina: se effettivamente fosse stato il soggetto in questione ad agire, nessuno lo avrebbe fermato, difficilmente costui avrebbe mai potuto generare alcun tipo di sospetto negli inquirenti. E poi, il delitto: rapido, chirurgico, “ordinato”, “pulito”, probabilmente troppo per un “profano”: nessun’arma, tracce quasi inesistenti, scena sconvolgentemente silenziosa, niente urla, niente caos. Soprattutto se dovesse trovare riscontro la tesi secondo cui Chiara avrebbe lottato contro il suo assassino, come attesterebbe quel DNA rinvenuto sotto le unghie della povera vittima, attribuibile ad un uomo mai identificato, e, da ultimo, anche nella sua bocca, dopo le recenti analisi ripetute sulle garze utilizzate in sede autoptica per prelevare materiale dal palato, dalla lingua e dalle pareti del cavo orale della giovane, che confermerebbero, tra l’altro, la presenza sulla scena di un profilo genetico maschile “ignoto” non riconducibile né a Stasi, né tantomeno a Sempio.
E infine il movente: quello attribuito ad Alberto Stasi è sempre stato fragile, a volte inconsistente, quasi “forzato” per assicurare un colpevole alla giustizia in tempi rapidi e, magari, per allontanare ogni sospetto dal vero responsabile del delitto. D’altronde, nessuno, almeno fino ad oggi, si è mai sognato di concentrare le indagini su altre possibili figure maschili vicine in qualche modo a Chiara nel periodo precedente il delitto. Nessuno che si sia mai posto una domanda scomoda, ma al contempo alquanto semplice: è possibile che, a un certo punto, nella vita di Chiara sia entrato un uomo di cui ella stessa non ha mai raccontato? Un profilo rispetto a cui nessuno ha mai pensato di indagare, o peggio, su cui nessuno, in questi diciotto lunghi anni, hai mai voluto veramente investigare?
Salvatore Di Bartolo, 15 luglio 2025
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


