Garlasco: le due strane, inattese sorprese sulle impronte

Iniziato l'incidente probatorio sul delitto di Chiara Poggi. Ma l'orda famelica dei media può giocare un brutto scherzo

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Sostenuto dall’ansia crescente generata dai media, martedì scorso è iniziato, negli uffici della Polizia scientifica della Questura di Milano, il lungo faticoso cammino dell’incidente probatorio relativo alla nuova indagine sul delitto di Garlasco. Ovviamente chi si aspettava chissà quali sconvolgenti rivelazioni è rimasto deluso, visto che questo è solo il primo passo di iter tecnico-scientifico, così come dichiarato da Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi, a Quarta Repubblica, che durerà almeno fino a ottobre.

Uno dei pochi elementi di un certo significato che sono emersi vi è quello legato alla famosa impronta 33, che la Procura di Pavia attribuisce ad Andrea Sempio. Ebbene, così come accaduto per altri reperti di altrettanto controversi – vedi il processo per la strage di Erba, in cui molto materiale fu distrutto per errore, malgrado il parere contrario della Cassazione -, anche in tale frangente sembra che la provetta contenente l’intonaco asportato nel 2007 non si trovi più, e non è ancora chiaro se ciò sia avvenuto per l’esaurimento del materiale dovuto alle precedenti analisi o per altre cause. Ma non basta: sempre durante l’incidente probatorio, è emerso anche un rilevante dettaglio tecnico: le impronte presenti sulla scena del crimine non sono state conservate su fascette paradesive, come inizialmente ipotizzato, ma su fogli di acetato. Si tratta di una circostanza non secondaria che potrebbe influenzare le modalità con cui gli esperti effettueranno le prossime analisi.

Inoltre, ad accompagnare questa fase molto delicata del procedimento non potevano mancare le orde fameliche dei media, sempre in caccia di un mostro da gettare in prima pagina o un mostro da ribadire tale, come si sta facendo da più parti ai danni dell’ex “ragazzo dagli occhi di ghiaccio”, al quale la pressione mediatica all’indomani del delitto giocò un brutto scherzo, contribuendo non poco a ribaltare un iniziale, doppio giudizio di non colpevolezza che all’epoca era sembrato granitico.

In questo caso, il rischio è che l’opinione pubblica innocentista nei confronti di quest’ultimo, che pare in forte crescita nel Paese, si faccia trascinare dall’ancestrale retaggio del capro espiatorio, addossando il fardello di colpevolezza a qualcun altro, sempre sulla base di indizi insufficienti, pur di riabilitare Alberto Stasi.

Da questo punto di vista, sono rimasto molto colpito dall’intervento del filosofo Riccardo Manzotti sempre a Quarta Repubblica. In estrema sintesi Manzotti ha citato con estrema chiarezza proprio il medesimo retaggio ancestrale che, a quanto pare, rappresenta un importante elemento del nostro inconscio collettivo anche in un epoca che si considera evoluta. Lo studioso, in particolare, ha sottolineato l’importanza di ciò che possiamo definire come una sorta di purificazione di massa, o catarsi che dirsi voglia, che si ha quando si ripete, con ben altre modalità, l’antico sacrificio di un capro espiatorio, in questo caso attraverso una sentenza di condanna. Un elemento che, a mio modesto parere, continua a giocare un ruolo non indifferente nei casi giudiziari divenuti di interesse nazionale.

Per questo motivo io mi auguro che l’attuale indagine riesca finalmente a chiudere il cerchio con prove certe, individuando il vero o i veri responsabili del crimine. Tuttavia, è anche possibile che in subordine si riesca solo a dimostrare l’estraneità dello stesso Stasi, secondo uno dei compiti, sempre molto disattesi nella prassi, che il nostro ordinamento imporrebbe ai magistrati dell’accusa.

Sta di fatto, che chiunque sia indagato e poi eventualmente rinviato a giudizio dovrebbe essere considerato da tutti, informazione compresa, non colpevole fino a prova contraria, oltre ogni ragionevole dubbio.

Claudio Romiti, 18 giugno 2025

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