Cronaca

Garlasco, l’impronta di Sempio e la ‘palpatina’: la giustizia sa di lotteria

Un professore di Catania assolto perché nel toccare il seno ad una donna "non ha stretto le dita". Ma Sempio rischia il carcere per un segno lasciato chissà quando

Andrea Sempio impronta Garlasco Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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“Questa mano poesse fero e poesse piuma” non è la regola di vita der Principe Mario Brega, il camionista di Bianco, rosso e Verdone, ma della sora Giustizia “e me ne assumo la responsabilità” come direbbe Nino Frassica. Come ti può andare nella vita è questione di un colpo di mano, aperta, inerte, stampata sul muro, sul culo, morta, a pugno chiuso e in questo caso è quasi sicuro che te la cavi perché a mano a mano questa magistratura si fa prendere la mano e questa Giustizia a mano schiaffeggia o carezza a seconda dell’ebbrezza di sinistra, che oggi si chiama woke (lo vedremo tra poche righe a scendere).

Difficile orientarsi perché, e me ne assumo la responsabilità, ogni corte, ogni giudice fa un po’ come cazzo gli pare. La mano fantasma di Sempio, sul muro di Garlasco, improntata di sangue, che forse non è sangue, forse non è sul muro, forse non è una mano, e forse non era neanche quella volta lì (come avrebbe detto Monica Vitti), può bastare, basta a spedire un commesso a giudizio, questo è pressoché certo, con l’accusa di omicidio se sei a Garlasco; la mano santa di un luminare barone universitario chirurgicamente posizionata sulle poppe di pazienti e/o esaminande non rileva, sortisce proscioglimento siccome “non ha stretto le dita“, la passata a volo d’uccello non fa violenza a Catania, perché da quelle parti sono più articolati, si sa che i siciliani hanno l’intelligenza greca, stratificata.

D’altra parte, una manosulculo all’uscita dello stadio di Empoli basta e avanza ad annientare la vita a un tifoso un po’ deficiente di Ancona che ha perfino dovuto cambiare mondo, è finito in qualche altrove esotico nel furor del popolo italiano che lo voleva linciare; quanto alla smanacciata vilipesa, traumatizzata, va da sé, e “violentata dentro”, che volendo è pure un pleonasmo, ha avuto la sua settimana Incom di notorietà regolamentare ma non è riuscita a farla fruttare, la sovraesposizione da influencer l’ha penalizzata, è ritornata nel suo semianonimato di provincia.

Laddove a Brescia un bengalese che pestava la moglie come la canapa è stato assolto “per valutazioni culturali” nel giubilo delle femministe, e non era nemmeno la prima volta, e ch’io sia dannato se sarà l’ultima.

Tornando in Sicilia, pochi anni fa un galantuomo che pure lui pestava la moglie, “rea” di avere scoperto i suoi tradimenti, e la pestava en plen air, come puntualmente refertato al prontosoccorso, con contorno di attenzioni verbali, da “troia ti ammazzo” a “ti taglio la gola”, ma forse cantava una canzone di Vasco Rossi, se la cavò col non doversi procedere per mancanza di querela: mischina, tutta rotta com’era sarebbe dovuta passare prima dal commissariato. In due parole, il reato di lesioni personali andava perseguito d’ufficio solo in costanza di aggravanti così come stabilito dalla fondamentale, indispensabile, improcrastinabile, carissima riforma Cartabia, la giurista ciellina molto, molto portata dal nostro Mattarella.

E potremmo farci un libro, anzi una enciclopedia, un Digesto, un po’ indigesto, con le pronunce surreali, schizoidi, ideologiche o semplicemente empatiche o più brutalmente pratiche della sora Giustizia, e mi assumo la responsabilità: quanto a dire che se capiti in un tribunale, stai nelle mani di Cristo. In materia sessuale, poi, non ne parliamo: tutto uno sfruculiare, un interpretare, adattare, contestualizzare, ventotenizzare, condito da voyeurismo da foto e da foro, interno, esterno, si parte dalla pressione del membro e si arriva alla palpita percepita. Questa mano poesse porca e poesse stilnovista: oggi è stata come pare al giudice, anche in funzione della latitudine, della provenienza, dell’uso e dell’abuso, per non dire della natura autoinvestita: è noto, infatti, che se sei un uomo che però si percepisce donna e strizza le tette o le chiappe a una donna che però si percepisce uomo, il codice cambia, diventa quantistico, come il gatto di Schrodinger.

Del doman non v’è certezza, della magistratura neppure. Certo, essere un barone può aiutare, di sinistra ancora meglio, la sprimacciata è uguale per tutti ma per qualcuno è più uguale, una impronta può far primavera, a volte nel regno di sora Giustizia, e me ne assumo la responsabilità, sembra vigere il codice Squallor: “p’ nu vas ‘ncoppa ‘a ‘na zizza, p’ stu cazz ca nun s’arrizza senza ‘e te. Allisceme stu bebbé” (per la traduzione affidatevi a Chat GPT).

Ma tanto non è una novità che nei tribunali di tutta Italia in tutti i tempi la regola è quella del darsi una mano, dove poi è secondario, dura lex sed lex, Justitia suum cuicque distribuit, la legge è come la pelle dei coglioni: va dove la tiri (quest’ultima massima fu donata a chi scrive da un procuratore della repubblica, niente meno, e me ne assumo la responsabilità).

Max Del Papa, 28 maggio 2025

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