Nella scorsa puntata di Quarta Repubblica, come sempre in onda su Rete4, si è a lungo dibattuto sulla oramai famosa impronta 33, che già secondo alcuni ufficiali dei Ris di Parma che la evidenziarono nel 2007 era con tutta probabilità l’impronta dell’assassino. Come è noto nella nuova indagine questo elemento è stato fortemente rivalutato, anche in considerazione del fatto che il 7 luglio del 2020, in una approfondita informativa, i Carabinieri di via Moscova depositarono una informativa nella quale si sosteneva che tale impronta appartenesse ad Andrea Sempio.
Ebbene, al di là di ciò che in futuro emergerà nel sempre più probabile rinvio a giudizio dell’attuale indagato per l’assassinio di Chiara Poggi, nei riguardi del quale è doveroso ribadire la presunzione di non colpevolezza, nell’interessante approfondimento condotto da Nicola Porro è emerso in modo piuttosto evidente ciò che in relazione al Dna rinvenuto sulle unghie della vittima – altro elemento che la Procura di Pavia pone a carico di Sempio – era stato evidenziato nei confronti di Alberto Stasi dalla perizia di Denise Albani: si esclude categoricamente che l’impronta 33, al pari dell’aplotipo Y, possa appartenere all’attuale condannato.
Ora, ragionando esclusivamente dal lato di Stasi, i due elementi acquistano un valore molto importante, oltre a suscitare alcune domande ancora rimaste senza risposta.
In particolare, come ampiamente rivelato dai media nazionali, nei quali sono entrati di prepotenza alcuni canali del mondo social, la questione del Dna rappresenta uno degli aspetti più controversi nel processo di Appello bis, che si concluse con la condanna di Stasi, dato che, oltre alle critiche mosse contro il perito di allora, Francesco De Stefano, dalla stessa Albani, egli scrisse che la traccia non era utilizzabile – sebbene avesse convocato l’imputato per una comparazione – ma non si poteva escludere che appartenesse all’imputato medesimo. Oggi invece sappiamo che già in quel frangente era assolutamente possibile tale esclusione.
Per quel che invece riguarda l’impronta 33 – impronta palmare per la cronaca – le cose andarono in maniera diversa, ma a mio avviso altrettanto misteriosamente. Infatti, malgrado che gli esperti investigatori che la osservarono nell’immediatezza del crimine la ritenessero estremamente significativa, nella relazione finale inviate al giudice Vitelli, che come è noto assolse l’imputato in primo grado, ne venne sminuito il valore, considerandola non utile ai fini probatori. Tutto ciò, unito alla scelta del rito abbreviato operata dalla difesa del “Ragazzo dagli occhi di ghiaccio” ( che per chi non lo sa cristallizza l’indagine al momento del rinvio a giudizio e la stessa difesa non può inserire nuove prove o approfondire quelle agli atti), ha letteralmente mandato in soffitta un altro e ancor più formidabile elemento a discarico di Stasi.
In questo senso, se nel citato Appello bis fosse emerso il combinato disposto di questi due elementi, cioè che sulle unghie della povera Chiara c’era un Dna appartenente a qualcuno di sesso maschile che non era il fidanzato e che quest’ultimo non era il soggetto che aveva impresso sul muro della cantina la molto sospetta impronta 33, credo che i giudici che lo hanno condannato avrebbero avuto enormi problemi a farlo.
D’altro canto, come ha ricordato la sempre precisa e puntuale Ludovica Bulian, sarebbe stato compito del pubblico ministero dell’epoca, una volta venutone a conoscenza, riconsiderare l’intero impianto accusatorio nei riguardi di Stasi, dato che tra i compiti dello stesso pubblico ministero vi è anche quello, spesso misconosciuto, di trovare prove a discolpa dell’indagato/imputato. Checché ne dica il buon Massimo Lugli, che a suo dire non vede elementi tali da modificare un giudicato che egli ritiene ancora inattaccabile, tutti gli elementi che stanno emergendo in questi ultimi mesi non fanno altro che ribadire l’insostenibile leggerezza degli indizi che hanno mandato in carcere un sempre più presunto innocente.
Claudio Romiti, 24 giugno 2026
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