Cronaca

Garlasco, quando la Bruzzone era innocentista su Stasi

Sul caso paradigmatico di Garlasco, secondo una efficace definizione del giudice Vitelli, cerca di riprendersi la scena Roberta Bruzzone, che un paio di mesi orsono ha rotto in modo abbastanza fragoroso un lungo rapporto televisivo con Milo Infante, conduttore su Rai2 di Ore14. Tant’è che la criminologa, la quale spesso non sembra molto incline ad accettare pareri diversi dai suoi, ha annunciato ai quattro venti mediatici di star preparando una consulenza gratuita pro veritate in favore della parte civile, ovvero della famiglia Poggi. Una consulenza, tanto per cambiare, finalizzata a dimostrare che, in merito alla oramai mitologica camminata di Alberto Stasi nel luogo del delitto, quest’ultimo avrebbe ulteriormente mentito circa altri dettagli del suo racconto rilasciato agli inquirenti.

Da questo punto di vista, la Bruzzone si allinea all’esercito di esperti della stessa famiglia della vittima, i quali sfornano consulenze a mitraglia, onde dimostrare che la colpevolezza del “Biondino dagli occhi di ghiaccio” è più solida di una montagna di granito. Una colpevolezza su cui, malgrado il numero crescente di errori ed omissioni che la nuova indagine sta rivelando sul vecchio impianto accusatorio, continuano a puntare le loro fiches alcuni celebri opinionisti che si occupano di cronaca giudiziaria, comportandosi come la famosa guardia di Napoleone a Waterloo: “muoiono ma non si arrendono”.

In merito poi alla citata camminata di Stasi, con la quale si sarebbe dimostrato che egli non poteva non calpestare le numerose pozze di sangue sparse nel luogo del crimine, e dunque che il suo racconto non è quello dello scopritore bensì dell’assassino, c’è un piccolo e semplicissimo dettaglio che lo stesso giudice Vitelli, nel corso delle sue numerose presenze televisive, sta raccontando con dovizia di particolari. Un dettaglio di cui venni a conoscenza già ai tempi del primo grado – quindi nei primi mesi del 2009 – e che, insieme ad altri elementi, mi convinse circa l’estrema fragilità delle accuse mosse all’unico imputato dell’epoca.

Per farla breve, Vitelli ha spiegato che, non solo sulle scarpe di Stasi non fu rilevata alcuna traccia ematica riferita alla vittima (scarpe sequestrate dopo circa 20 ore, tempo nel quale egli le utilizzò di continuo, anche attraversando un tratto erboso appena annaffiato), ma anche i due carabinieri entrati per primi, di cui uno fece avanti e indietro per due volte nella casa dei Poggi, avevano le suole prive di sangue, al pari della nutrita schiera di inquirenti e paramedici, sia che indossassero le scarpe o i calzari. Ebbene, ricordo che tempo addietro, la stessa Bruzzone in un acceso dibattito su Rai1 giustificò l’anomalia, almeno per quel che riguarda i due militi, sostenendo che costoro, rispetto ad un civile come Stasi, erano stati sicuramente addestrati a non calpestare qualunque traccia nel luogo del delitto. Talmente addestrati che altri loro colleghi, pur avendo fotografato quattro impronte insanguinate – certamente dell’assassino – sul pigiama della povera Chiara Poggi, consentirno al patologo di rivoltarne il corpo sopra una pozza di sangue, perdendo per sempre una prova che avrebbe potuto far chiudere il caso in breve tempo.

Ma a parte l’irrilevanza, a mio modestissimo parere, di questa ennesima consulenza contro un condannato che alcuni espertoni del crimine continuano a riprocessare a giorni alterni, va ricordato che la stessa criminologa ligure, come ha segnalato in un interessante articolo del luglio scorso il direttore di Gente, l’ottimo Umberto Brindani, fino al 2012 sosteneva con forza l’innocenza di Stasi. Un articolo il cui titolo è piuttosto esemplificativo: “Solo i cretini non cambiano mai idea. Il problema è quando ce l’avevi giusta e passi a quella sbagliata…” . E nel sommario Brindani si pone la classica domanda delle cento pistole: “Che cosa avrà mai fatto cambiare idea alla criminologa Roberta Bruzzone che, 13 anni fa, firmava un articolo graniticamente innocentista su Alberto Stasi? Non so, forse avrà successivamente consultato il Manuale delle giovani marmotte, venendo letteralmente folgorata da un dettaglio risolutore che le era sempre sfuggito. Misteri insondabili, almeno per noi comuni mortali, della criminologia forense.

Claudio Romiti, 6 febbraio 2026

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