
Il pasticciaccio brutto di Garlasco sta imboccando una china che neanche i più pessimisti non si aspettavano. In particolare, gli avvocati e i consulenti della famiglia Poggi stanno cercando, a colpi di una continua rielaborazione della tremenda scena omicidiaria, di scompaginare l’architettura della nuova indagine, al meno per ciò che l’estremo riservo della Procura di Pavia ci è dato sapere.
Apparentemente la strategia che costoro stanno adottando sembra la stessa che contribuì in modo significativo, dopo ben due assoluzioni consecutive, alla definitiva condanna di Alberto Stasi. Una strategia che così potremmo sintetizzare: stabilito che l’autore del crimine era ed è il fidanzato della vittima, si seguono alcuni elementi che emergono dall’inchiesta – ovviamente solo quelli che possono essere utilizzati per confermare tale assunto – e si analizzano in maniera da poter confezionare un abito di colpevolezza da far indossare per l’ennesima volta al “Biondino dagli occhi di ghiaccio”.
E se, per fare un esempio calzante, all’epoca dell’Appello-bis, l’avvocato Tizzoni fece fuoco e fiamme per avvalorare il famoso scambio dei pedali (la qual cosa fu smentita dei periti della stessa procura, oltre al fatto che la bicicletta nera sequestrata alla famiglia Stasi era completamente diversa da quella individuata dall’unica testimone il giorno del delitto), ottenendo comunque un grande effetto mediatico a vantaggio della sua tesi, oggi si scopre che sulla cannuccia dell’Estathé rinvenuto nella spazzatura, e non analizzato nella prima indagine, c’è il Dna di Stasi e allora la parte civile demolisce la già traballante ricostruzione della sentenza di condanna, sostenendo che l’aggressione inizia in cucina, mentre la coppia starebbe consumando la colazione.
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A tale proposito, segnalo l’interessante confronto, nel corso di Mattino 5, tra Marzio Capra, storico genetista dei Poggi, e l’avvocato di Stasi, Antonio De Rensis. Quest’ultimo oltre ad evidenziare l’ulteriore difficoltà di incastrare anche quest’ultimo passaggio nel quarto d’ora effettivo per commettere il delitto e ripulire la scena, ha chiesto lumi a Capra in merito al mistero mai risolto dell’arma del delitto. Arma che il condannato deve aver trovato sul posto, visto che nella sentenza viene esclusa la premeditazione. Ebbene, il genetista ha ipotizzato che il fidanzato potesse aver eseguito nei giorni precedenti alcuni interventi richiesti dalla vittima, magari con l’utilizzo di un martello, e che quest’ultimo sia poi rimasto in bella vista in cucina. Galeotto fu il martello, quindi!
Ma non basta, su una altra questione a cui neppure la “sacra” sentenza di condanna è riuscita da fornire una spiegazione accettabile, ovvero la presenza di quattro capelli nel lavandino del bagno, malgrado si stabilì che lo stesso lavandino fu lavato accuratamente. Ebbene Capra si è letteralmente superato sul piano della fantasia, facendo concorrenza al celebre Lewis Carrol, autore dell’altrettanto celebre Le avventure dei Alice nel Paese delle Meraviglie. A suo parere Stasi, oltre ripulirsi del sangue, avrebbe anche sciacquato la presunta arma del delitto, sulla cui superficie erano evidentemente rimasti attaccati i capelli. Solo che, dobbiamo aggiungere, il “criminale” è stato così abile da eliminare con cura ogni traccia ematica dagli stessi 4 capelli, dal momento essi hanno dato esito negativo sia al Luminol che al Combur test.
Dopodiché, a stretto giro di tempo, è piombata come una saetta la consulenza dei periti informatici della parte civile, con la quale si è cercato di smentire quanto Occhetti e Porta, periti del giudice del primo grado, che in questi giorni avrebbero dimostrato, utilizzando un software di ultima generazione, che la povera Chiara Poggi, la sera precedente al delitto, nei pochi minuti in cui Stasi si assentò per accudire il suo cane, non ha aperto la famosa cartella contenente i file pornografici, mentre lavorava sul Pc del fidanzato per aiutarlo a completare la tesi di laurea.
Secondo questa nuova consulenza, che una certa parte dell’informazione ha avvalorato con il crisma della certezza assoluta, la vittima avrebbe aperto tale cartella, definita “Militare”, per ben 15 secondi, per poi concentrarsi su altri contenuti, tra cui le foto della sua ultima vacanza in Inghilterra insieme al suo fidanzato.
Eppure, anche in questo caso galeotta sembra essere, sempre secondo gli inquisitori della parte civile, una foto in particolare, dove si vede una ragazza di spalle che indossa un tanga abbastanza succinto. In questo senso, sempre secondo questa ricostruzione, questa fugace visione avrebbe mandato su tutte le furie Chiara Poggi, che in realtà in passato aveva consentito allo Stasi di scaricare sul suo computer alcuni contenuti pornografici, scatenando per reazione un irrefrenabile impeto omicida, rigorosamente a scoppio ritardato, nel suo assassino predestinato il quale, tuttavia, prima di far partire il suo raptus non ha voluto farsi mancare una generosa bevuta a base di estathé.
Ora, ironia a parte, l’unica cosa che mi sento di dire a tutti coloro che continuano a raccontare una storia che non aveva alcun elemento di plausibilità sin dall’inizio, arricchendola e aggravandola con ulteriori dettagli surreali, questa volta abbiamo a che fare con una indagine condotta con estrema accuratezza e segretezza a 360 gradi. Per questo credo, e non sono certamente il solo a pensarlo, che il giochetto di condizionare l’opinione pubblica, con l’intento di inquinare i pozzi del giusto processo con argomenti tendenziosi, non credo possa sortire alcun effetto, se non quello di rendere ancor più visibile agli occhi degli italiani il sempre più evidente errore giudiziario che ha distrutto la vita di un oramai ex ragazzo che ha avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Claudio Romiti, 19 gennaio 2025
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