In merito al delitto di Garlasco, tornato prepotentemente sotto i riflettori dell’informazione, la meritoria inchiesta de Le Iene, realizzata dall’ottimo Alessandro De Giuseppe, dal mio punto di vista sfonda un portone aperto da molto tempo, e non solo per quanto riguarda la mostruosità di un iter giudiziario che ha impiegato ben cinque gradi di giudizio per condannare l’unico imputato preso in esame nel corso della prima indagine.
Inoltre, sul rilievo mosso da De Giuseppe nei confronti di molti giornali, rei di aver diffuso “parecchie informazioni inesatte” su quanto la sua trasmissione si apprestava a mandare in onda, debbo sottolineare che nella stragrande maggioranza dei casi finiti con una condanna esemplare a furor di popolo mediatico – se così vogliamo dire – chi dovrebbe fare le pulci al potere, in questo caso quello giudiziario, pur di compiacere le ardite ricostruzioni della pubblica accusa, atte ad incastrare i colpevoli designati, non si fa alcuno scrupolo nel raccontare una valanga di leggende metropolitane, totalmente estranee ai fatti, spacciandole per prove incriminanti, straparlando di “prove regina” e “supertestimoni” d’Egitto.
Ma a parte l’insopportabile colpevolismo a prescindere di buona parte della nostra informazione (a tale proposito vale sempre la pena per un giovane d’oggi approfondire in che modo la stessa informazione trattò a suo tempo la vicenda giudiziaria di Enzo Tortora), ci sono due vere e proprie distorsioni che sembrano caratterizzare soprattutto i crimini che hanno assunto una grande eco nazionale. La prima, che in passato denunciò più volte e con grande energia Alessandro Meluzzi, si può riassumere secondo una efficace definizione utilizzata dallo stesso popolare personaggio: giustizia teorematica. La seconda, direttamente conseguenza della prima, riguarda quella particolare e, a mio avviso, nefasta inclinazione di alcuni inquirenti a concentrarsi sin da subito su una o, se va bene, pochissime piste investigative, scartandone sin da subito altre – come pare che sia accaduto anche a Garlasco – apparentemente promettenti. In questo modo si realizza quella fuorviante “visione ristretta” la quale, unita alla faticosa costruzione di un teorema precostituito, rischia il più delle volte di mandare dietro le sbarre un innocente.
Tanto è vero che nella gran parte delle vicende giudiziarie che ho approfondito, una volta puntato un colpevole, comincia un incessante lavorio per riuscire ad incastrare i pezzi di un teorema accusatorio che sin da principio mostra grosse lacune a chi non indossa i paraocchi del colpevolismo pregiudiziale. Si arriva a spostare gli orari presunti del crimine; accade che magicamente alcuni testimoni cambino la loro versione; vengono addirittura modificati radicalmente i moventi dei medesimi crimini; o addirittura, come in merito alla condanna di Alberto Stasi, il movente iniziale quasi svanisce, finendo per diventare in Cassazione un probabile evento scatenante insieme altre cause ignote.
Ebbene, un simile e preoccupante andazzo, che dopo ben 18 anni sembra – il condizionale è assolutamente d’obbligo – aver trovato un freno nell’azione svolta a 360° dalla Procura di Pavia, ovviamente sollecitata dalla lunga battaglia portata avanti dai legali di Stati, chiama in causa ancora una volta l’esigenza di una riforma della giustizia che rafforzi decisamente la terzietà del giudice. Ma a prescindere dalla necessaria separazione delle carriere che tenda a limitare il più possibile lo spirito di colleganza tra il magistrato inquirente con quello giudicante, senza un diverso contributo dell’informazione, la quale anche nel campo della giustizia dovrebbe svolgere un ruolo critico fondamentale, sarà difficile uscire da quella aberrante deriva dei processi mediatici che, ahinoi, quasi inesorabilmente contribuiscono solo ad anticipare l’esito già scontato di quelli che si svolgono nei Tribunali. Guai a chi tocca!
Claudio Romiti, 22 maggio 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


