
Ogni volta che un caso di cronaca deflagra sulla stampa, come quello di Garlasco, si riaccende un inquietante circo (il termine è banale, ma appropriato) mediatico: fiumi di parole, ipotesi ardite, divisioni tra colpevolisti e innocentisti basate sul nulla assoluto.
Nessuno ha letto gli atti di indagine, spesso ancora in formazione, ma tutti hanno un’opinione e poco importa che quegli atti siano l’unico strumento per tentare – non garantire! – di capire cosa sia successo.
La verità giudiziaria (che, talvolta, è una lontana parente della verità reale) diventa superflua e cede il podio alla narrazione televisiva, tra opinionisti improvvisati e giornalisti che riportano indiscrezioni come fossero sentenze. Ma i processi sono una cosa seria: richiedono competenze giuridiche, capacità analitica e, soprattutto, tanto equilibrio.
Leggi anche:
Il problema più allarmante, però, paradossalmente viene dopo, perché i reati più gravi vengono poi giudicati dalle Corti d’Assise cioè collegi composti in maggioranza da giudici popolari sorteggiati a caso, con il solo requisito culturale della scuola media (per il primo grado) o del diploma (secondo grado).
Una soluzione del genere sarebbe impensabile per un intervento chirurgico o un volo aereo, ma, per decidere della vita di un imputato che rischia l’ergastolo, non è richiesta alcuna competenza giuridica e l’unico curriculum studiorum rischia allora di essere qualche orrenda trasmissione del pomeriggio.
Giorgio Carta, 24 maggio 2025
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).