Gas e carburanti: l’Ue prepara altre tasse. Cosa fa l’Italia

Un conto salatissimo che Bruxelles vuole far pagare a famiglie e imprese. Ma l'obiettivo è tenere la barra dritta

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L’Europa vuole ritoccare le tasse sui carburanti. In nome del clima, ovviamente. Ma stavolta l’Italia non ci sta. Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, si prepara a presentarsi giovedì all’Ecofin con le carte in regola e il messaggio già pronto: “su questa direttiva, l’Italia è pronta al veto”. Tradotto: se Bruxelles vuole far pagare di più gas, petrolio e carbone, Roma blocca tutto.

La Commissione europea, con la solita tempistica impeccabile, ha deciso di rimettere mano a una direttiva vecchia di vent’anni, quella del 2003, per “allineare la tassazione dei prodotti energetici agli obiettivi climatici”. Una frase che suona bene, ma che nella pratica significa una cosa sola: nuove tasse. L’idea è di abbandonare la logica del prezzo al litro o al chilo e passare a una tassazione “basata sul contenuto energetico e sull’impatto ambientale”. Il principio è il solito, quello del “chi inquina paga”.

Peccato che, come spesso accade, chi finisce davvero per pagare non è chi inquina, ma chi lavora, chi produce e chi deve fare il pieno ogni mattina per andare a lavorare. Giorgetti, da quanto trapela dal Ministero dell’Economia, farà sentire la sua voce: l’Italia non può permettersi una misura che peserebbe su famiglie e imprese già alle prese con i rincari energetici. La proposta della Commissione, tra l’altro, era stata concepita nel 2021, quando il mondo non aveva ancora fatto i conti con la guerra in Ucraina, la crisi del gas e l’inflazione alle stelle. Insomma, un progetto nato in un’altra era.

E siccome sulla tassazione serve l’unanimità tra i 27 Paesi Ue, basta un solo “no” per far saltare il banco. E quel “no” potrebbe arrivare proprio dall’Italia. La Francia, invece, spinge per approvare la direttiva, anche se ammette che il testo “è meno ambizioso di quanto sperassimo”. Ma da Parigi garantiscono che il compromesso “contribuisce comunque alla decarbonizzazione dell’Unione europea”. In pratica: meno auto, più tasse, ma con entusiasmo. La discussione tra i ministri delle Finanze europei promette scintille. E mentre l’Europa sogna un futuro tutto verde, l’Italia si ritrova a difendere un principio banale ma dimenticato: prima di tassare, bisognerebbe pensare a chi paga.

E attenzione, quale sarà il destino della decarbonizzazione? Basti pensare a quello che sta accadendo in Gran Bretagna. La chiamano “pay-per-mile tax”. Sembra il nome di un’app per la mobilità sostenibile, invece è la nuova trovata fiscale del Regno Unito: paghi per ogni chilometro che percorri con la tua auto elettrica. Avete capito bene: dopo aver predicato per anni che l’elettrico era il futuro, adesso il governo britannico ha deciso che quel futuro deve tornare a riempire le casse pubbliche. Secondo quanto anticipato dal Financial Times e poi confermato dal portale What Car?, il Cancelliere dello Scacchiere Rachel Reeves sta per introdurre dal 2028 una tassa “a consumo”, 3 penny a miglio — circa 4,8 centesimi di euro al chilometro.

Il tutto, naturalmente, per “compensare il calo delle entrate fiscali da benzina e diesel”. Tradotto: siccome i cittadini hanno fatto quello che lo Stato gli ha chiesto — abbandonare il motore termico — adesso lo Stato si accorge che mancano le accise e decide di rifarsi. In Gran Bretagna già circolano 1,3 milioni di auto elettriche, e nel 2028 dovrebbero diventare 6 milioni. Un trionfo per la transizione verde, certo. Ma anche un buco da miliardi per il Tesoro, che con benzina e gasolio incassava ogni anno montagne di sterline.

Secondo il Telegraph, la nuova tassa potrebbe portare fino a 1,8 miliardi di sterline l’anno entro il 2031, un piccolo cerotto sul buco che la transizione sta aprendo. E non finisce qui: oltre al prelievo “a chilometro”, resta anche il bollo auto — il Vehicle Excise Duty — fissato a 195 sterline annue. Fate due conti: un automobilista medio che percorre 8.000 miglia all’anno (12.800 chilometri) dovrà versare circa 435 sterline tra tassa e bollo. Un sistema “prepagato” e autodeclarativo, dicono: l’automobilista stima il chilometraggio, paga in anticipo e poi a fine anno si fa il conguaglio. Quasi un abbonamento, solo che non è Netflix — è il Fisco.

Il mondo dell’auto, manco a dirlo, non l’ha presa bene. Il ceo di Volvo, Håkan Samuelsson, ha definito la misura “una penalizzazione di uno sviluppo positivo”, mentre Matt Galvin, numero uno di Polestar UK, l’ha bollata come “una decisione farsesca”, ricordando che “la tassa sui carburanti tradizionali non aumenta dal 2011”. E in effetti, difficile dargli torto: dopo anni passati a incentivare l’elettrico con sussidi e campagne moraliste, adesso si scopre che la libertà di non inquinare ha un prezzo.

La mossa di Londra potrebbe avere effetti ben oltre la Manica. Anche i governi europei si trovano davanti allo stesso problema: con meno benzina venduta, meno accise incassate. E visto che in Italia le tasse sui carburanti pesano per oltre il 50% del prezzo finale alla pompa, potete immaginare quanto durerà la tentazione di “ispirarsi” agli inglesi. La Resolution Foundation ha già lanciato l’allarme: entro il 2030 il Regno Unito perderà oltre 10 miliardi di sterline di gettito per effetto della transizione elettrica. E se il buco lo stanno già vedendo loro, presto lo vedremo anche noi. Quando il mantra green si scontra con la matematica del bilancio pubblico, la conclusione è sempre la stessa: alla fine, paga chi guida.

Franco Lodige, 13 novembre 2025

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