
A Natale, le luci dei presepi dovrebbero farci pensare al Mistero di Betlemme. Invece ci si ritrova sempre più spesso davanti a raffigurazioni che sembrano uscite da un’agenzia di marketing attenta all’inclusione piuttosto che dalla Chiesa. E oggi si è proprio toccato il fondo: a Mercogliano, nella chiesa di Capocastello, don Vitaliano Della Sala (prete noto per le sue battaglie civili e per l’appartenenza alla galassia no global) ha deciso di sostituire il tradizionale Gesù Bambino con un “Gesù bambin@” e di contornarlo anche con una bandiera della pace e una kefiah, come se fosse il manifesto di una ONG piuttosto che il cuore della fede cattolica.
Cosa rivela questo episodio? Che la sacralità di un rituale millenario è ormai costantemente mistificata a favore di un non meglio precisato rispetto delle minoranze o che, ancora peggio, diventa vessillo politico con un indirizzo estremamente chiaro e ben determinato. La scelta di Don Vitaliano non è un innocuo aggiornamento né tantomeno un gesto conciliante; è un atto deliberato di risignificazione. Attraverso questa rappresentazione squallida Gesù non è più il Verbo fatto carne ma un simbolo mutabile, adattabile a qualunque narrazione contemporanea si ritenga più urgente.
Il parroco, dichiaratamente vicino ai movimenti di sinistra, spiega la sua provocazione sostenendo che oggi Cristo si incarnerebbe nelle bambine e nei bambini “senza casa, senza terra, senza pace e senza domani” e l’uso della chiocciola servirebbe anche a “non discriminare” e ad aprire la strada all’idea di donne sacerdoti. Una sublime paraculata: ben vengano richieste di progressismo strutturale all’interno della Chiesa, ma ciò non deve essere confuso con una svendita dei dogmi e della fede a favor di telecamere e della notiziabilità.
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Il presepe non è mai stato un contenitore di messaggi sociali contemporanei, ma deve rimanere la scena simbolica di un evento: Dio che entra nella storia umana, nell’amore di una donna e di un uomo e nella semplice umiltà di una mangiatoia. Ogni elemento della natività ha un senso preciso: Maria, Giuseppe, il bue, l’asinello, i pastori. Mettere una kefiah, una bandiera della pace o un cartello in base al quale Gesù sceglierà il genere in cui identificarsi sopra la natività significa avere la chiara intenzione di politicizzare la religione. La Chiesa senza dubbio deve discutere di pace, giustizia, accoglienza. Lo può fare anche il più umile prete della più umile parrocchia del pianeta. Ma non può farlo riscrivendo arbitrariamente i simboli fondamentali. Quindi tale Don Vitaliano scelga cosa vuole fare nella vita. Vuole fare il prete? Si attenga ai dogmi della religione cattolica. Vuole fare l’attivista politico? Le due realtà sono inconciliabili.
Ultima osservazione. Dov’è il Vaticano quando tutto ciò accade? Com’è possibile che nelle parrocchie si consente che il presepe venga trasformato in esercizio di politica? Dov’è l’istituzione millenaria quando deve difendere i suoi simboli? Quando a Bruxelles sorge un presepe pixelato per non offendere i musulmani, perché San Pietro tace? Bisogna rendersi conto che non si tratta di semplici casi locali.
Quello che sta succedendo è il sintomo di una crisi più profonda: una Chiesa in cui certi sacerdoti si sentono legittimati a sovrapporre narrazioni proprie sulla scena più sacra dell’anno, senza che venga posto un limite chiaro è una Chiesa che rischia di perdere la propria identità. Con Bergoglio (a parte qualche frase anche forse troppo retriva sugli omosessuali) si è vista una totale svendita della tradizione. L’augurio è che il primo Natale di Papa Prevost possa fungere da faro per ristabilire l’ordine delle priorità di una Chiesa che deve tornare a fondarsi su fede, dogma, silenzi e non su comunicati politici sui temi più disparati d’attualità.
Alessandro Bonelli, 24 dicembre 2025
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