Cronaca

Ghetto ebraico, gli ebrei cacciano i partigiani: insulti e urla contro l’Anpi

La Comunità ebraica aveva chiesto all'Associazione di non presentarsi dopo i fatto del 25 aprile: "Ve ne dovete andare", "Fuori", "Vergogna"

«O loro o noi». È esplosa così, questa mattina, la tensione al Ghetto di Roma durante la commemorazione del rastrellamento degli ebrei del 16 ottobre 1943. A 83 anni da quella tragedia, che portò alla deportazione di oltre mille persone verso Auschwitz, la presenza dell’Anpi ha provocato una durissima contestazione da parte di alcuni esponenti della Comunità ebraica romana. La delegazione dell’associazione partigiana, arrivata con il proprio stendardo, è stata invitata ad allontanarsi. E alla fine è rimasta fuori dal cerimoniale ufficiale.

La protesta al Ghetto

La situazione si è fatta tesa quando alcuni partecipanti alla commemorazione hanno contestato apertamente i rappresentanti dell’Anpi. «Devono andare via, lì ci sono i nostri morti», hanno gridato, secondo quanto riferito da Repubblica. Sul posto erano presenti le forze dell’ordine e il servizio d’ordine, mentre il deputato del Partito democratico Piero Fassino ha tentato una mediazione per riportare la calma. Una frattura che, evidentemente, non si è ricomposta. “Ve ne dovete andare”, “fuori, fuori”, “vergognatevi” hanno urlato verso l’associazione dei partigiani. “Siamo stati attaccati – ha lamentato la presidente dell’Anpi di Roma Marina Pierlorenzi – non vogliono l’Anpi, dicendoci che siamo pro pal e che non possiamo stare in questa piazza”.

Il no della Comunità ebraica

Del resto, quanto accaduto non arriva come un fulmine a ciel sereno. Già mercoledì il presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, aveva chiesto all’Anpi di fare un passo indietro. La ragione? Le contestazioni alla presenza delle bandiere israeliane e della Brigata ebraica durante le celebrazioni del 25 aprile, oltre agli atteggiamenti che Fadlun considera ambigui nei confronti delle frange violente delle manifestazioni filopalestinesi.

«Il 16 ottobre è il giorno più doloroso nella storia degli ebrei romani», aveva ricordato Fadlun, sostenendo che la ricorrenza non dovesse trasformarsi in un’occasione di nuove divisioni. Il presidente aveva quindi invitato l’associazione a riflettere sulle proprie responsabilità e ad avere «la sensibilità, se non il pudore, di fare un passo indietro».

La risposta dell’Anpi

L’associazione partigiana, però, aveva deciso di non rinunciare alla commemorazione. In un comunicato diffuso il 15 ottobre, la presidenza provinciale romana aveva annunciato la propria partecipazione alla cerimonia organizzata dal Comune, rivendicando i valori della Resistenza e dell’antifascismo.

Non solo. L’Anpi aveva anche rievocato gli scontri del 25 aprile, ricordando il ferimento di due propri iscritti con un’arma ad aria compressa e chiedendo alla Comunità ebraica una condanna dell’episodio. Una replica che ha mostrato quanto fossero ancora profonde le divisioni. E che non è bastata a evitare la contestazione di questa mattina.

Una commemorazione segnata dalle divisioni

Il risultato è che, nel giorno in cui Roma ricorda una delle pagine più tragiche della persecuzione nazista, la commemorazione si è trasformata anche nel teatro di uno scontro politico e simbolico. Da una parte la Comunità ebraica, che rivendica il diritto di ricordare i propri morti senza la presenza di chi ritiene abbia mancato di rispetto alla sua storia. Dall’altra l’Anpi, che rivendica il proprio ruolo nella memoria antifascista e considera legittima la partecipazione alla cerimonia pubblica.

Una distanza che oggi è apparsa difficilmente colmabile. E che ha finito per segnare anche il ricordo di quel 16 ottobre 1943, quando oltre mille ebrei romani furono deportati ad Auschwitz. Soltanto sedici tornarono. Nessun bambino.

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