Che mondo sarà? Non fra dieci o vent’anni come i politologi o gli esperti veri e di geopolitica amavano dire. Che mondo sarà fra una settimana, o forse fra un mese: ogni giorno il panorama del Medio Oriente cambia in modo radicale e forse, come fra i primi da queste “colonne” avevamo previsto, l’intensificarsi del conflitto con l’Iran e la resa dei conti in cui Israele è impegnata con i proxy di Teheran in Libano (gli Hezbollah) e a Gaza (Hamas), provocheanno una brusca accelerazione verso la direzione in cui già Biden, ma ancora di più Trump, ha indcanalato la politica mediorientale degli Usa: gli accordi di Abramo.
Se un gigantesco fattore di incertezza aleggia tutt’oggi sull’intero Medio Oriente, a causa della perdurante chiusura (o quasi) di Hormuz e della minaccia di un bis formulata dagli Houthi yemeniti sull’altro choke-point strategico del traffico marittimo mondiale, ovvero quello stretto di Bab el Mandab (che è porta di ingresso del Mar Rosso e quindi del Canale di Suez), il recentissimo accordo sulla cooperazione anche nel campo del nucleare siglato dal Presidente degli Stati Uniti con la monarchia saudita, segna una svolta epocale per l’intera regione: da un lato (e probabilmente con il consenso non detto di Israele e con condizioni non rivelate dell’intesa), l’accordo sul nucleare sfocerà in tempi molto brevi nella ufficializzazione di patti, in parte già in atto, fra Israele e Arabia Saudita, ovvero fra le due più importanti potenze militari dell’area; dall’altro il via libera nucleare di Washington a Riyad darà mano libera alla monarchia saudita per un regolamente definitivo dei conti nello Yemen e per un attacco in forze contro i ribelli Houthi, alle prese con una carenza di rifornimenti di armi in gran parte di provenienza iraniana.
Si profila quindi una svolta epocale per i tre proxy iraniani: gli Houthi probabilmente in balia dell’Arabia Saudita che non ha intenzione di assistere inerme all’attacco di altre petroliere battenti la sua bandiera e che non può sopportare un blocco senza termine dello stretto di Bab el Mandeb con il conseguente congelamento delle sue esportazioni di greggio.
Per parte sua, Hamas che a Gaza subisce quotidianamente lo smantellamento specie della sua rete di tunnel dovrà “ingoiare” il boccone amarissimo della presenza (sancita da un’intesa fra Rabat e Gerusalemme) di un forte contingente militare marocchino che una volta smilitarizzata la striscia di Gaza da parte delle forze israeliane, assicurerà la gestione dell’ordine pubblico e specialmente impedirà qualsiasi tentativo di riarmo e ripresa del potere da parte di Hamas.
Infine nel Libano del Sud: Hezbollah ha criticato aspramente la visita a Washington del presidente libanese, Joseph Aoun, accusando il governo di Beirut di essersi piegato agli Stati Uniti. Il movimento libanese filo-iraniano ha definito un fallimento la recente missione, sostenendo che abbia mostrato la “sottomissione del governo a una potenza straniera”. In una nota i parlamentari del gruppo sciita hanno affermato che l’incontro ha evidenziato “il livello di subordinazione e dipendenza da una tutela straniera”, accusando Aoun di non aver ottenuto risultati concreti in un territorio che continua a essere occupato da IDF.
Lo scenario non configura quindi solo un Iran sempre più solo, ma anche uno scontro epocale, davvero una resa dei conti, dei Paesi arabi sunniti, contro l’estremismo islamico specie se di matrice sciita.
Bruno Dardani, 23 luglio 2026
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


