Governo Conte, il mainstream all’attacco

3.3k 0
generica_porro_1200_5

Settimane drammatiche per me: sono morti due miti che ho tanto amato, Tom Wolfe e Philip Roth. Hanno raggiunto in cielo il mio maestro di scrittura, Hunter Thompson. Roth, newyorchese in purezza, aveva dato la più vera, quindi la più feroce definizione di Manhattan: “una boutique d’Oltremare”.

Ma settimane pure stimolanti: i due buzzurri nostrani (i Donald Trump de noaltri) sono al potere. Mentre tutti gli intellò di regime li battezzava come “fascisti” (dopo c’è solo più nazisti, pensateci cari Salviano), mi ha divertito vederli, sabato 2 giugno, sul palco con il Presidente Mattarella, proprio in quella Piazza Venezia, di mussoliniana memoria. In questo fine settimana ho letto tutto il leggibile della stampa cartacea nostrana. Ebbene, salvo qualche testata ai margini delle Big Five, e la mente oggi più lucida del giornalismo nostrano (Mario Sechi di List), sono tutti schierati all’opposizione del governo di Giuseppe Conte, come mai era successo. E sono pure un’opposizione cattiva.

All’opposizione dell’opposizione, cioè indipendenti, siamo rimasti in quattro gatti. Scenario del tutto simile a quello americano: oggi tutta la stampa cartacea di regime (ex Clinton, Bush, Obama) è contro Donald Trump.

Ho trovato la sintesi del mainstream nel fondo di Mario Calabresi “Allacciate le cinture”. Mi sono ritrovato in pieno in questo editoriale, visto che le cinture le ho allacciate nel 2011, all’arrivo di Mario Monti, e non le ho mai slacciate durante i successivi governi di Enrico Letta, di Matteo Renzi, di Paolo Gentiloni, e non lo farò neppure ora, finché non vedrò come si comporteranno verso il Ceo capitalism, l’unico aspetto strategico della politica che mi interessa.

Mi sono vergognato per Jean Claude Juncker che dopo le sue scivolate e del suo compagno di merende Günter Oettinger, prendendoci per fessacchiotti, improvvisamente ci mette al centro del mondo: un poveraccio. Sarà vero lo scoop di Francesco Verderami? Giancarlo Giorgetti avrà detto: “Ho parlato con il diavolo, il governo s’ha da fare”? Il nome del diavolo non lo sa nessuno, sarà Mario Draghi? Ricordo che questo parlamento sarà quello che nominerà il futuro Presidente della Repubblica. Se supererà le elezioni europee del 2019, assisteremo a una migrazione verso i nuovi barbari di una parte “dell’enclave fatta di resort e di compound” (copyright di Roberto Calasso) e incuneata in Italia come Campione lo è con la Svizzera? Ci sarà anche Draghi nella partita? Vedremo.

Nella vicenda il meglio della stampa internazionale l’hanno data due vignette, splendide nella loro volgarità, questa sì fascistoide. Der Spiegel: “Sfondo verde, forchetta rossa, spaghetto giallo a forma di cappio, in bianco la scritta “Ciao amore!” (Italien zerstört sich silbst – und reißt Europa mit). The Economist: “Sfondo verde pisello, un cono gelato con tre palline, verde pistacchio, bianco limone, rosso fragola, ognuna delle quali a forma di bomba, con tanto di miccia accesa. In nero la scritta Handle with care. Una vecchia idea già usata contro i francesi, con sei baguette con miccia esplosiva incorporata. Ho dato più importanza a The Economist perché ormai è l’organo ufficiale del cosmopolitismo globalizzato, quella Corte di aristocratici del denaro, senza Re, senza confini, senza lingua, senza patria, senza identità, con l’idea (nazista light) di dominare il mondo, senza usare le armi ma con il ricatto mafioso. The Economist si è ormai ridotto a una fabbrica di pizzini, a volte di propalatore di fake news istituzionali, scritti però in un impeccabile inglese.

Tutti i nodi stanno arrivando al pettine. La “boutique” Europa è sempre più un discount periferico. Il problema non è né il mercato, né l’euro, né l’Europa, ma la Germania. La vera malata è lei, malata di euro (non l’ha mai digerito), disperata per l’esplosione della spesa pensionistica e del welfare, terrorizzata da un Donald Trump che ha lo stesso comportamento arrogante che ha avuto, e ha lei con tutti gli altri. Per questo motivo non dobbiamo aver fretta di sederci al tavolo per ottenere mance di “flessibilità” (null’altro che uno squallido metadone), occupiamoci prima di lavoro, immigrazione, sicurezza, mentre reddito di cittadinanza e flat tax possono attendere.

Di Maio e Salvini imparino a lavorare e a tacere. La trasformazione di Matteo Renzi da giovane leader a insopportabile cacciaballe è incominciata proprio con chiacchiere a dosi industriali e le slide di “una riforma al mese” (noi dei media andiamo a rileggerci ciò che abbiamo scritto e detto in quella (esaltante?) primavera del 2014.

Riccardo Ruggeri, 5 giugno 2018

Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version