Emergono dettagli sempre più agghiaccianti sulla strage avvenuta nelle campagne di Amendolara, nel Cosentino, dove quattro migranti sono morti bruciati vivi all’interno di un minivan. Un episodio che gli investigatori stanno ricostruendo ora dopo ora e che ha già portato al fermo di due cittadini pakistani con l’accusa di omicidio volontario.
Secondo quanto emerso dalle indagini, le vittime sarebbero state rinchiuse all’interno del veicolo prima che le fiamme avvolgessero l’abitacolo. Decisive si sono rivelate le immagini dei sistemi di videosorveglianza della zona. Nei filmati, infatti, si vedono due uomini — ritenuti dagli investigatori compatibili con i soggetti fermati — mentre tengono chiuse le porte del minivan durante l’incendio, impedendo alle persone all’interno di mettersi in salvo.
A raccontare quei drammatici momenti è anche l’unico superstite della tragedia. Intervistato da Francesco Salvatore per la TGR Calabria, l’uomo ha ripercorso quanto accaduto con parole cariche di dolore: “Ho visto l’orrore, sono vivo per miracolo”. Il sopravvissuto mostra ancora le conseguenze fisiche di quella notte. Le mani sono fasciate a causa delle ustioni riportate durante la fuga. “Ho pensato di morire”, ha raccontato ai microfoni della testata regionale.
In un italiano stentato, l’uomo ha riferito che tre delle vittime erano afghane. Ha inoltre sostenuto che i due cittadini pakistani fermati dagli investigatori fossero gli stessi che pretendevano denaro per il trasporto dei migranti. Secondo la sua ricostruzione, le vittime si sarebbero rifiutate di consegnare la somma richiesta. A quel punto, avrebbe raccontato il superstite, i due uomini avrebbero cosparso l’interno del veicolo di benzina per poi innescare l’incendio con un accendino, trasformando il minivan in una trappola mortale.
L’unico scampato alla strage sarebbe riuscito a salvarsi rompendo uno dei finestrini del mezzo e lanciandosi all’esterno, nonostante le ustioni riportate alle braccia durante la fuga.
Nel corso dell’intervista alla TGR Calabria, l’uomo ha inoltre denunciato un contesto di violenze e intimidazioni che, a suo dire, coinvolgerebbe altri connazionali e lavoratori stranieri. Ha raccontato che lui e gli altri migranti sarebbero stati minacciati con coltelli e pistole per costringerli a lavorare. “I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no”, ha dichiarato. Quindi l’accusa più pesante: l’esistenza di una “grande mafia del Pakistan” che controllerebbe e sfrutterebbe i lavoratori migranti.
Le dichiarazioni del superstite sono ora al vaglio degli inquirenti e potrebbero contribuire a chiarire il movente della strage. Intanto proseguono gli accertamenti della Procura per ricostruire con precisione la dinamica dei fatti e verificare eventuali responsabilità ulteriori in una vicenda che ha scosso profondamente l’intera comunità calabrese.
Le indagini dovranno accertare se dietro l’eccidio vi sia effettivamente una rete criminale organizzata dedita allo sfruttamento dei migranti e se la richiesta di denaro indicata dal sopravvissuto sia stata la scintilla che ha portato alla morte delle quattro vittime.
Guarda qui il video dell’auto data alle fiamme con dentro i braccianti
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