Nessuno più distante, più incompatibile del compagno Guccini, epitome del comunista ortodosso fino all’ipocrisia, uno che fa una canzone per raccontare l’invasione di Praga ma non nomina mai l’invasore sovietico, ne fa una per piangere Auschwitz e fa in modo che tutti capiscano che è una metafora, il nazismo male eterno per la destra, senza distinzioni, senza ricordare che l’antisemitismo moderno Hitler lo prende pari pari da Stalin, da Marx. L’archetipo dei cantautori “impegnati” nella propaganda, in un modo superficiale, povero di contenuti e di profondità, che poteva andar bene per i liceali esaltati.
Guccini, come i colleghi di militanza, era uno che doveva la sua fortuna cantautorale e poi di scrittore alla perfetta macchina cultural egemonica del PCI con le sue ARCI, le feste dell’Unità, l’oliato circuito dei concerti e della promozione ideologizzata, e per tutti gli anni Settanta quel cantare in eskimo aveva funzionato bene, serviva al partito, la sottocultura canterina s’incaricava, calando dall’alto la pessima pubblicistica rivoluzionaria di riferimento, di coltivare il campo della contestazione giovanile, possibilmente lasciandolo nell’alveo del PCI contro le derive estremistiche; Guccini e gli altri non sono mai usciti da una fedeltà opportunistica, se arrivavano agli scazzi con le mille forme di contestazione, dall’Autonomia a Lotta Continua, dai grandi porcili del Re Nudo al Parco Lambro o del convegno bolognese del ‘77 contro la repressione, lo facevano in quel modo ambiguo, possibilista, perché il target giovanile aveva il suo peso, ma fondamentalmente rigido come voleva la nomenklatura di Botteghe Oscure.
La cultura di un cantautore come Guccini era più messa insieme che reale, conformistica, falsamente democratica in realtà supponente, scontava anche quel microcosmo misantropo, montanaro di Pavana, osterie e diffidenza per il foresto, comunismo mondiale e localismo toscoappenninico. E fino all’ultimo uno così ha delirato nelle sue certezze, considerava Giorgia Meloni pericolosa, insidiosa per la democrazia, senza vedere che era se mai una giovane socialdemocratica, ancora troppo statalista, timida nel suo nazionalismo teorico, inconciliabile con la democrazia autoritaria. Definirla fascista o parafascista come ancora si ostinava a fare l’86enne Guccini non era neanche una canagliata, era una coglionata.
Eppure oggi che Guccini scompare, siamo quasi tristi. Domani non ce ne importerà più niente di lui, come ieri, ma oggi è diverso, oggi è come perdere un vecchio amico no, un vecchio nemico sì. Un altro. Mai circolati per le nostre case i suoi dischi, ma il fatto è che volente o nolente, più spesso nolente, ci siamo cresciuti dentro e con il compagno eskimo (poi rinnegato) vola via l’ennesima presenza della nostra adolescenza sempre più perduta. Tutti avevamo almeno un amico che solfeggiava le sue canzoncine retoriche, quel folk padano che correva dietro ai Pete Seger, ai Woody Guthrie, stupidi menestrelli con la chitarra che “uccide i fascisti”, suonata in modo rudimentale, di tessitura musicale elementare, di arrangiamenti inconsistenti almeno finché non giungevano in soccorso i bravi jazzisti come Ares Tavolazzi e Ellade Bandini.
Ma la qualità musicale restava mediocre, inversamente proporzionale alla spocchia: una volta il compagno Francesco, già in età della ragione, arriva a dire che “Gloria” di Umberto Tozzi, sì, sarà stata anche una bella canzoncina, ma non paragonabile alla sua Locomotiva, e siamo d’accordo, una è un inno pop, l’altra una rottura di coglioni. Quel disprezzo della sinistra autoimpancata per le canzoni semplici, che hanno successo. Semplice fino a un certo punto se von Karajan, che era von Karajan, una volta in un bistrò la sente passare alla radio, si blocca e mormora: “Però, mica male questa melodia: trionfale!”. Un’altra volta ostenta, ed è chiaro che mente da comunista, totale sconoscenza di David Bowie, “Moh, non lo so, mai sentito, non mi dice niente, è morto, ma chi era?”. Moh, era uno che non aveva bisogno di coltivare l’etica estetica dell’osteria, del fiasco, dei libri in bella vista, tanto i suggestionabili ci cascano; in compenso poteva intavolare sui due piedi, chiedere a Carlo Verdone, una discussione sui macchiaioli toscani, così, per dire.
Però per osmosi il compagno Francesco, barba, eskimo e spocchia d’ordinanza, ci arrivava come ci arrivava un protagonista, gonfio, gonfiato, ma protagonista; e poi con l’Avvelenata aveva sdoganato la volgarità, consentendoci licenza di turpiloquio sotto la patina colta: guardate, il woke c’era anche allora, anche se non si chiamava così, ma c’era e produceva più o meno gli stessi effetti: emarginazione, stigma, voti bassi. Ma ci bastava motteggiare “e un cazzo in culo e accuse d’arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta”, tutto d’un fiato e con la erre moscia d’ordinanza, che faceva tanto noblesse oblige, e il professore di filosofia mezzo avvinazzato ammiccava con la sua dentatura comunista e magari tirava su il pugnetto.
Mai capiti gli amici che mi raccontavano l’emozione di una vita, essere stati ricevuti in pellegrinaggio nel sacro tempio di via Paolo Fabbri, 43 a Bologna, aver sorbito pessimo vino col Vate, mai capiti allora: adesso posso comprenderli meglio, perché ho l’età della nostalgia e della paura. E tutto scava, tutto incide, anche un vecchio nemico che va via. Non al punto di riabilitarlo culturalmente, perché anch’io ho fatto il liceo ma dalla parte giusta, quella dello scetticismo, dello spirito critico, non dell’adesione cialtrona alle brigate rosse, al maoismo, al leninismo, ma insomma l’antipatia che si fa indulgenza, quella la avverto, quella ci sta: e non credo d’essere il solo. Guccini fu lanciato da Caterina Caselli (in seguito socialista craxiana, avviata a una potentissima carriera manageriale nella musica), per la quale aveva scritto qualcosa, poi rimase in auge nell’alone del comunismo fuori dal tempo almeno fino agli anni del riflusso, della riscoperta del privato che fatalmente lo eclissò, ma rimase come rimane in fama di grande autore, di intellettuale, anche se gli intellettuali sono un’altra cosa. Forse di grande aveva la capacità di dissimulare le vere intenzioni, come in quella Dio è morto, consegnata ai Nomadi, censurata dal Vaticano, che non ci capiva niente, ma apprezzata da papa Paolo VI, che ci capiva ancora meno. Ma si porta via un mondo fazioso, limitato, sospettoso, contadino, claustrofobico eppure importante per tanti. Addio, compagno Maestrone, addio caro vecchio nemico, e se puoi cerca di non rompere troppo i maroni agli angeli con le tue solfe, perché lassù di nostalgie comuniste non ne trovi neanche l’ombra.
Max Del Papa, 6 agosto 2026
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