
Qui al bar vorremmo partire da un presupposto: un artista, un direttore d’orchestra, uno scrittore, un atleta olimpico e ancor più un atleta paralimpico non sono Putin. Avranno le loro idee. Magari sbagliate. Ma solo in una guerra totale – che in teoria nessuno ha dichiarato – si combatte anche contro la storia, la cultura, l’arte del “nemico”. Contro l’uomo anziché contro l’esercito.
Capiamo la stizza dell’Ucraina. Un po’ meno quella degli altri 21 Paesi europei e della Commissione di Ursula von der Leyen, che si sono lamentati del reintegro della Russia alla Biennale di Venezia, per volere del presidente Pietrangelo Buttafuoco. Manco a dirlo, l’iniziativa è partita dalla Lettonia, capofila del blocco degli Stati russofobi dell’area orientale e baltica. A essere sinceri, anche il nostro governo si è risentito. Per pavidità? Ma è Bruxelles ad aver impugnato l’arma più affilata: quella del taglio dei finanziamenti alla fondazione. E meno male che noi siamo quelli che hanno a cuore l’ordine fondato sulle regole, il diritto internazionale e tutto il repertorio di nobili principi per anime belle.
La nostra posizione è ancora che si debba far pagare a un intero popolo l’errore del suo autocrate, di cui peraltro i russi faticherebbero a liberarsi con una rivoluzione? Una sovversione che, probabilmente, nemmeno l’Occidente auspica, temendo che al Cremlino ci finisca uno più estremista dello zar? Qui al bar non siamo giuristi, non siamo esperti di geopolitica e non siamo grandi strateghi. Ma ci preoccupiamo quando la guerra penetra così a fondo nella nostra società, da imporre pure la censura dell’arte, della scienza, dello sport. Che, semmai, possono alimentare la fratellanza e la riconciliazione. O, almeno, uno spiraglio di normalità. Noi, in trincea, ci lasceremmo volentieri da sola Ursula.
Il Barista, 11 marzo 2026
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