Guerriglia pro Pal a Udine: così la sinistra legittima i violenti

Transenne contro i blindati, petardi, giornalisti colpiti e assalti allo stadio: la solita narrazione buonista salva la faccia agli amici del dissenso

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scontri udine

Altro che sport. A Udine, il calcio passa in secondo piano. E non per colpa dei tifosi. Il problema è tutto politico: mentre la Nazionale gioca regolarmente allo stadio Friuli una partita valida per la qualificazione ai Mondiali contro Israele, in centro città va in scena l’ennesimo teatrino dell’antisionismo (ma anche antisemitismo) militante, con tanto di benedizione – o quanto meno comprensione – da parte di una certa sinistra che, invece di prendere le distanze, preferisce accarezzare il dissenso.

Le parole d’ordine erano chiare fin dal primo megafono acceso: “Italia-Israele non si doveva giocare”. E così, migliaia di manifestanti – arrivati anche da fuori regione – si sono riversati per le strade, trasformando Udine in una città blindata. Ma attenzione: non un corteo qualunque. Quello di ieri è stato organizzato dal Comitato per la Palestina di Udine, con l’adesione di oltre 350 sigle, tra associazioni, centri sociali e immancabili gruppi di area progressista.

La sinistra? Presente, affettuosa, accomodante. Il sindaco Alberto Felice De Toni, che da mesi spingeva per annullare la partita, ha fatto sapere che non sarebbe andato allo stadio, ribadendo che “tifo per entrambi e tifo per la pace”. Per poi affermare dopo le violenze dei soliti noti: “Quello che è accaduto stasera è di una gravità inaccettabile. La nostra città ripudia con forza la violenza che ha attraversato le strade al termine della manifestazione”. Si poteva gestire diversamente dall’inizio, no? E poi l’arcivescovo di Udine, Riccardo Lamba, che ha ospitato una “contro-iniziativa” nella chiesa di Santa Maria di Castello proprio durante la partita, dichiarando: “Noi siamo pro Pace”. Tutto molto spirituale, ma intanto fuori volavano petardi e transenne.

Già, perché la manifestazione – che inizialmente si è svolta senza incidenti – ha poi preso una piega ben diversa. Quando il corteo è arrivato in piazza Primo Maggio, qualcuno ha pensato bene di forzare il cordone della polizia per provare a raggiungere lo stadio. I manifestanti sono stati respinti, ma si sono spostati in via della Vittoria per tentare un altro assalto. Risultato: petardi, transenne sollevate contro i blindati, lancio di lacrimogeni e cariche. Scene da guerriglia urbana. Una giornalista, Elisa Dossi di Rainews24, è stata colpita con una pietra, mentre un inviato di Local Team ha riportato “un trauma cranico importante”. Altro che “manifestazione pacifica”.

Eppure, in pochi hanno avuto il coraggio di dissociarsi in modo netto. Anzi, si continua a parlare di “pace” mentre in strada si attaccano le forze dell’ordine. Come se fosse normale cercare di fermare una partita di calcio internazionale con la forza. Tutto questo mentre la sicurezza attorno allo stadio era maniacale: controlli con metal detector, droni, cani anti-esplosivo e persino pedane per ispezionare le auto. L’hotel della delegazione israeliana, nemmeno a dirlo, era sorvegliato da tiratori scelti.

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Il corteo, che secondo la questura ha coinvolto circa 5 mila persone (gli organizzatori parlano del doppio), ha sfilato con bandiere palestinesi, fumogeni e striscioni contro Israele, dentro una città semi-deserta: negozi chiusi, vie centrali deserte, cittadini barricati in casa. Uno slogan su tutti: “Cartellini rossi contro Israele”, lanciato non solo a Udine, ma anche in altre città italiane come Bari e Ascoli Piceno. Evidentemente, per certi ambienti, l’avversario da espellere non è chi usa la violenza, ma chi gioca una partita di calcio.

Alla fine, lo stadio è rimasto lontano – fisicamente e simbolicamente – da quella piazza. Ma l’immagine è chiara: mentre l’Italia gioca, in città si agita un mondo che non accetta nemmeno il principio di normalità. Un mondo che contesta, attacca, sfonda, ma che trova sempre qualche sponda politica o religiosa pronta a giustificare, minimizzare, giustapporre. Anche quando la protesta sfiora l’intimidazione. Il messaggio, purtroppo, è passato forte e chiaro: lo sport unisce, ma certa sinistra preferisce dividere. E lo fa con una mano sul cuore e l’altra sul megafono.

Franco Lodige, 15 ottobre 2025

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