L’analisi di SocialCom parla chiaro: oltre 30 mila post e 3,5 milioni di interazioni. Fate due conti, siamo a più di cento reazioni per contenuto. Altro che nicchia: è una piazza virtuale a tutti gli effetti, dove la guerriglia urbana trova la sua eco e si moltiplica. Il picco? Proprio quando a Milano volavano manganelli e bottiglie. E non è finita lì: anche il giorno dopo, il 23 settembre, la miccia continuava ad ardere, ma il messaggio che prevale sembra esser uno solo.
Le parole che contano: solidarietà alla polizia
Metà Italia sta con le forze dell’ordine, un terzo con i manifestanti. E il resto? Guarda e si indigna, ma gli algoritmi non hanno ideologia, amplificano. E amplificano soprattutto una parola: “solidarietà” alle forze dell’ordine. Poi arrivano “pace”, “bambini”, “cittadini”. Ma appena si parla della stazione di Milano devastata, il sentiment vira: chi spacca tutto, spacca pure il consenso.
Il boomerang palestinese
E qui arriva il punto cieco: la violenza in piazza non ha aiutato la causa palestinese, l’ha azzoppata. Il sentiment negativo è salito proprio nei giorni degli scontri. Se l’obiettivo era sensibilizzare, il risultato è stato l’opposto. Un boomerang perfetto.
La morale (amara, ma chiara) è una
La piazza fa rumore, ma non cambia opinioni: le incattivisce. Le forze dell’ordine sono viste come argine, ma da sole non bastano. E se davvero il fine è la pace, la guerriglia è il modo migliore per seppellirla. Alla fine, l’Italia che condanna sia la guerra sia la guerriglia non è schizofrenica: è adulta. Chiede proteste civili, regole chiare e una politica che torni a fare politica. Perché i like si contano gratis, ma i danni – quelli veri – li paghiamo tutti.
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