C’è un momento, in ogni Paese civile, in cui perfino lo scontro politico – quello più duro, più viscerale, più identitario – si ferma. Non per ipocrisia, ma per misura. È il momento della morte. E invece no: in Italia, nel 2026, c’è ancora chi riesce a trasformare anche quel passaggio in un’occasione per fare il titolo brillante, per strappare l’applauso della propria bolla.
Il caso dell’articolo di Repubblica sulla morte di Umberto Bossi è significativo. Non tanto per ciò che dice – perché la critica politica è legittima sempre – ma per come lo dice. Per quel gusto quasi estetico nel prendere le distanze dalla “retorica”, salvo poi scivolare in qualcosa di molto peggiore: un esercizio di superiorità morale. Quel passaggio ormai circola parecchio in rete. L’idea di non voler indulgere nella figura del “Vecchio Leone”, già di per sé un modo un po’ snob per dire “noi non facciamo sconti a nessuno”. Poi il solito giochino degli accostamenti: dentro nello stesso contenitore Benito Mussolini, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi. Come se bastasse evocare tre nomi divisivi per costruire una cornice morale dentro cui infilare anche Bossi. È una scorciatoia, nemmeno troppo originale.
E poi arriva la parte più incredibile, quella in cui si tira in ballo Niccolò Machiavelli. La distinzione tra leoni e volpi, trasformata in un ritratto quasi zoologico del Senatùr: fiuto, furbizia, denti aguzzi. Fin qui si potrebbe persino discutere, se fosse un’analisi politica. Ma non lo è. Perché il colpo di grazia arriva subito dopo, con quel riferimento al 2004, al “coccolone”, al fatto che da lì in poi non sarebbe più stato lo stesso “animale politico”. Ecco, fermiamoci un secondo. Davvero è questo il modo di raccontare la fine di un uomo? Davvero la malattia diventa un elemento narrativo utile a chiudere il pezzo con una stoccata elegante? Qui non siamo più nel campo del giudizio politico. Qui siamo in un territorio molto meno nobile.
Il punto non è difendere Bossi. Non ne ha bisogno. È stato un leader divisivo, spesso sopra le righe, capace di parole e gesti che hanno spaccato il Paese. Ma è stato anche – e questo dovrebbe essere incontestabile – uno di quelli che hanno cambiato davvero la politica italiana. Prima di lui, la questione settentrionale era poco più di un malumore diffuso. Dopo di lui, è diventata un tema centrale. Ha rotto schemi, linguaggi, equilibri. Ha portato milioni di persone a sentirsi rappresentate, nel bene e nel male.
Si può detestare tutto questo. Ma non si può fingere che non sia esistito. Ed è qui che il contrasto diventa quasi imbarazzante. Perché mentre una parte della stampa si esercita in queste acrobazie sarcastiche, il resto del mondo politico – quello vero, quello che si confronta, che perde e vince, che governa e va all’opposizione – ha usato parole completamente diverse. Giorgia Meloni ha parlato di un uomo che “ha segnato una fase importante della storia italiana”. Non è una frase di circostanza: è il riconoscimento di un fatto. Matteo Salvini, che con Bossi ha avuto un rapporto complesso, fatto di eredità e rotture, ha scritto parole personali, quasi intime: “Mi hai cambiato la vita”, “ti devo tanto”.
Ma la cosa più interessante è che il rispetto è arrivato anche da chi politicamente è stato lontanissimo da lui. Sergio Mattarella ha ricordato Bossi come un protagonista della vita pubblica italiana, sottolineandone la passione politica. Enrico Letta ha parlato di una figura che, nel bene o nel male, ha inciso profondamente nella storia del Paese. E anche altre voci dell’opposizione hanno scelto toni sobri, riconoscendo il ruolo senza bisogno di condividerlo.
Capite la differenza? Non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di stile, di cultura istituzionale, di senso del limite. Da una parte c’è chi, anche da avversario, riconosce il peso storico di un uomo. Dall’altra chi sente il bisogno di precisare, di distinguersi, di far capire che lui no, lui non cade nella “retorica”. E nel tentativo di non essere retorico, finisce per essere semplicemente irrispettoso.
Poi ci sono i social, che sono il termometro peggiore ma più sincero del clima che respiriamo. Gente che esulta, che scrive “uno in meno”, che festeggia come se fosse finita una partita. Altri che ironizzano, che fanno battute, che trasformano tutto in contenuto. È un rumore di fondo costante, che ormai accompagna ogni morte pubblica. E anche qui, diciamolo chiaramente: si dovrebbero vergognare.
Per fortuna, però, non è tutto così. C’è anche un’altra Italia. Quella che non ha bisogno di santificare per rispettare. Che sa distinguere tra giudizio politico e dignità personale. Che capisce che rendere omaggio non significa aderire, ma riconoscere. Perfino gli avversari politici riescono a essere più sobri, più misurati, più seri.
Il problema, allora, non è Bossi. Non è nemmeno Repubblica, in sé. È una certa idea di giornalismo che ha smesso di raccontare per iniziare a giudicare, che ha sostituito l’analisi con la posa, la profondità con la battuta, la complessità con il sarcasmo. E alla fine, mentre crede di colpire il bersaglio, finisce solo per raccontare se stessa.
Franco Lodige, 20 marzo 2026
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