La notte in cui il locale di Crans–Montana si è trasformato in una trappola mortale per decine di giovani potrebbe nascondere una verità ancora più grave di quanto finora emerso. Un racconto raccolto da Quarta Repubblica aggiunge infatti un tassello inquietante alla ricostruzione della tragedia di Capodanno.
A parlare è un ristoratore del paese, testimone indiretto ma qualificato, che conosce bene l’ambiente e le persone coinvolte. Non solo: l’uomo è il marito della vicesindaca Nicole Bonvin Clivaz, la stessa che nei giorni scorsi ha ammesso apertamente falle nel sistema di vigilanza: “Sui controlli c’è stata una mancanza, non li abbiamo fatti e ammettiamo di non averli fatti”.
Il ristoratore racconta di aver parlato con una delle pochissime dipendenti del Constellation sopravvissute all’incendio. È lei, secondo quanto riferito, ad aver descritto una scena destinata a pesare come un macigno sull’inchiesta. “Mi ha spiegato che la proprietaria ha visto il fuoco ed è scappata con la cassa ed ha lasciato tutti i ragazzi lì”, ha riferito l’uomo.
Il dettaglio più sconvolgente riguarda i secondi immediatamente precedenti alla tragedia. “Ha visto il fuoco ed è scappata. Ha preso la cassa ed è partita. Ha detto: ‘Dobbiamo andare’ ed è scappata. Gli altri hanno aspettato 50 secondi in più: è arrivato il fuoco ed è finita”. Una manciata di istanti che, secondo il racconto, avrebbe fatto la differenza tra la salvezza e la morte.
Sempre secondo il ristoratore, la dipendente non avrebbe riportato voci di corridoio, ma ciò che avrebbe visto con i propri occhi. Una circostanza che ha spinto gli inquirenti a convocarla davanti al giudice per chiarire la dinamica di quei momenti.
Sul piano giudiziario, intanto, la posizione di Jacques Moretti resta critica. Il Tribunale per la libertà ha confermato la custodia cautelare, ritenendo concreto il rischio di fuga. Resta però aperta l’ipotesi di una scarcerazione subordinata al pagamento di una cauzione, accompagnata da misure restrittive che gli impedirebbero di lasciare il territorio svizzero o di rientrare in Francia.
Il racconto del testimone si spinge anche sul terreno delle condizioni di sicurezza all’interno del locale. Gli estintori, sempre secondo quanto riferito dalla dipendente, sarebbero stati soltanto due e non presenti nel seminterrato dove si trovava la maggior parte delle persone: uno era collocato al piano superiore, l’altro chiuso in un ufficio.
Infine, il ristoratore ha puntato il dito contro i materiali utilizzati per l’insonorizzazione del locale, che avrebbero contribuito a rendere l’incendio rapidissimo e incontrollabile. “*La verità è che ha fatto una merd e lo sapevano. Io ho visto la plastica e ho anche detto a lui: ‘Stai attento a quello che usi’. E lui mi ha risposto: ‘Non preoccuparti, io prendo tutte le precauzioni necessarie’”.
Il quadro si chiude con una riflessione amara sul sistema dei controlli. “Come avete visto, oggi in Svizzera è chiaro che non ci sia né il tempo né il numero di persone sufficienti per fare questi controlli ogni anno. È una cosa impossibile. Qui abbiamo quattro persone che devono verificare ristoranti, case e appartamenti. In Comune c’è gente come me e te, non sono professionisti”.
Un’ammissione che, a distanza di giorni dalla strage, suona come una conferma: oltre alle responsabilità individuali, la tragedia di Crans-Montana rischia di diventare anche il simbolo di un fallimento sistemico.
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