Hamas: “Rilascio ostaggi e fine guerra”. C’è da crederci?

L'organizzazione terroristica apre ai negoziati, ma Israele non si fida: "Solo propaganda"

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Ieri sera Hamas ha annunciato la sua disponibilità a stipulare un accordo globale che porti alla fine della guerra nella Striscia di Gaza. Secondo quanto dichiarato in una nota ufficiale, l’organizzazione è pronta a liberare i prigionieri israeliani detenuti, in cambio di un numero concordato di prigionieri palestinesi attualmente detenuti da Israele. Hamas ha affermato che l’intesa dovrebbe includere la fine delle operazioni militari e un cessate il fuoco permanente.

Le condizioni fissate da Hamas per il cessate il fuoco

Nella stessa dichiarazione, Hamas ha elencato una serie di obiettivi da perseguire in seguito all’accordo. Questi comprendono il ritiro totale delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza, l’apertura dei valichi di frontiera per permettere il passaggio di beni di prima necessità e l’inizio dei lavori di ricostruzione dell’area gravemente colpita dai bombardamenti. L’organizzazione ha inoltre ribadito che un simile accordo richiederebbe la formazione di un governo nazionale indipendente composto da tecnocrati. Questo governo gestirebbe le operazioni quotidiane nella regione, assumendosi tutte le responsabilità civili e amministrative.

Israele scettico sulle intenzioni di Hamas

Dal lato israeliano, tuttavia, la proposta è stata accolta con diffidenza. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito l’annuncio di Hamas come “un ennesimo trucco mediatico”. Israele sostiene che qualsiasi tregua debba includere anche il completo smantellamento dell’arsenale di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza, condizioni che non sono state menzionate apertamente da Hamas nella sua nota. L’ufficio del primo ministro ha affermato per Tel Aviv le condizioni per fermare la guerra e l’avanzata dell’Idf su Gaza City sono cinque, ma diverse da quelle citate da Hamas: il rilascio di tutti gli ostaggi; il disarmo di Hamas; la smilitarizzazione della Striscia di Gaza; il controllo della sicurezza israeliana a Gaza; e “l’istituzione di un’amministrazione civile alternativa che non induca al terrorismo, non invii atti terroristici e non minacci Israele”. “Solo queste condizioni – ha spiegato lo staff di Bibi – impediranno ad Hamas di riarmarsi e ripetere il massacro del 7 ottobre più e più volte, come dichiara apertamente di voler fare”.

Intanto l’esercito avanza su Gaza City. Il capo dell’Idf, Eyal Zamir, ieri ha visitato le truppe e chiesto ai soldati di “braccare” Hamas: “Le nostre forze stanno operando da punti chiave attorno alla città. Ieri abbiamo avviato una mobilitazione significativa di riservisti per colpire Hamas con maggiore intensità”. Secondo i calcoli dell’esercito israeliano, oltre 70mila persone avrebbero già lasciato la città per dirigersi verso sud. La pressione su Hamas si fa sentire anche dagli Usa, con Trump che ha chiesto ai terroristi di “restituire immediatamente tutti i 20 ostaggi (non 2, 5 o 7), e le cose cambieranno rapidamente. Finirà la guerra”.

La Cisgiordania

Intanto a tenere banco in Israele sono le manifestazioni contro Netanyahu. Ieri è andata in scena “la giornata dei disordini” con cassonetti incendiati intorno alla residenza del premier israeliano. Nota dolente anche il caso Cisgiordania: il ministro Bezalel Smotrich, in risposta alla decisione di alcuni governi occidentali di riconoscere la Palestina come Stato, vorrebbe “estendere la legge israeliana sull’82% del territorio della Cisgiordania, lasciando il restante 18% ai palestinesi”. La proposta ha però scatenato l’ira dell’inviata speciale degli Emirati Arabi Uniti alla vigilia del quinto anniversario degli Accordi di Abramo: “L’annessione è una linea rossa per il mio governo, sarebbe la campana a morto per i due Stati”.

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