Sette vite

“Ho conosciuto Trump, ma le grandi famiglie Usa mi dicevano: ‘Attento, perché…'”

Angelo Moratti è il protagonista dell’ultima puntata del podcast Sette Vite: "Mio padre diceva: ti alzi presto, lavori tutto il giorno, e non ti lamenti"

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Crescere in una famiglia come quella dei Moratti significa nascere immersi in una storia che ha intrecciato impresa, sport, cultura e impegno civile. Ma per Angelo Moratti, protagonista dell’ultima puntata del podcast Sette Vite, le radici non sono mai state un punto d’arrivo bensì il punto di partenza di un lungo viaggio alla ricerca della propria identità.

«Negli anni Sessanta — racconta — la famiglia di mio padre rappresentava un po’ quello che tutti volevano essere: petrolio, calcio, vittoria. Mio padre era vicepresidente del Corriere della Sera, mia madre una giovane romana piena di fascino. Ma erano due mondi opposti, due caratteri fortissimi». Da quella contrapposizione tra rigore e libertà nasce la cifra della sua vita: la costante ricerca di equilibrio tra due poli.

Il giovane Angelo cresce tra Milano e Roma, tra l’eleganza borghese e la rivoluzione culturale che travolge gli anni Settanta. «Quando i miei si separarono — ricorda — mio padre rappresentava il mondo capitalistico, mia madre invece si era circondata di intellettuali di sinistra, giornalisti, artisti, gente che parlava di comunismo e di libertà. Io stavo nel mezzo, cercando una sintesi».

Dal padre eredita il senso del lavoro e della responsabilità. «La cultura del lavoro era sacra. Mio padre diceva: ti alzi presto, lavori tutto il giorno, e non ti lamenti». Ma soprattutto, sottolinea, «mi ha lasciato il valore della generosità, quella che arriva da mio nonno: un uomo che aiutava centinaia di persone senza mai dirlo a nessuno». Da quella tradizione nasceranno realtà come l’ospedale Humanitas e San Patrignano.

Dalla madre invece assorbe la creatività e la curiosità per il nuovo. «Lei era capace di reinventarsi. Negli anni Ottanta è diventata un simbolo dell’edonismo, ma per me è sempre rimasta la donna che mi ha insegnato a guardare oltre le convenzioni».

Il racconto si fa più intimo quando Moratti rievoca l’infanzia segnata da un tentato rapimento e dagli anni trascorsi nei collegi svizzeri e inglesi. «A undici anni vivevo con la scorta, e i miei compagni mi prendevano in giro. Poi il collegio militare in Inghilterra: cinquanta ragazzi in una stanza, disciplina ferrea, punizioni. Mi sentivo in prigione, ma non mi sono mai lamentato».

Da quell’esperienza nasce una timidezza profonda, ma anche una resilienza che lo accompagnerà nel lavoro. «Ho imparato a non arrendermi, a cercare la mia voce». E quella voce trova spazio nel mondo dell’impresa e delle startup, dove Moratti diventa un punto di riferimento per chi vuole innovare. «Il mio talento non è creare aziende, ma aiutare gli imprenditori a farle crescere. Il mio ruolo è esserci quando hanno problemi, non quando va tutto bene».

Tra i suoi maestri cita Warren Buffett: «Mi ha insegnato che l’intelligenza non basta, serve la saggezza. E la saggezza è la profonda conoscenza di sé».

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