
Nel mezzo del dibattito referendario, dove le opinioni si moltiplicano e le previsioni si contraddicono, ho fatto una cosa che nessun commentatore politico ha ancora provato: ho simulato il dopo. Non il risultato del voto, che è materia di sondaggisti, ma quello che succede all’Italia nei nove mesi successivi. L’ho fatto con l’intelligenza artificiale.
Non parliamo di ChatGPT che risponde a una domanda. Parliamo di 275 agenti autonomi, ciascuno con una personalità, una posizione politica, uno stile comunicativo e una rete di relazioni. Venticinque di questi agenti rappresentano figure pubbliche reali: Meloni, Schlein, Nordio, Conte, Renzi, Gratteri. Cinquanta sono istituzioni: l’ANM, la Corte Costituzionale, Confindustria, i sindacati, le principali testate. E poi ci sono i cittadini: 35 cluster demografici che rappresentano, per distribuzione statistica, i 47 milioni di elettori italiani. Ogni cluster ha un’età, un reddito, un orientamento, un livello di istruzione, una soglia di tolleranza al disaccordo.
Questi agenti non eseguono uno script. Interagiscono. Pubblicano post su piattaforme simulate — social media, forum, televisione, stampa, perfino la piazza del bar — e si influenzano reciprocamente secondo un modello matematico che si chiama Bounded Confidence: mi muovo verso la tua posizione solo se non è troppo distante dalla mia. Altrimenti mi irrigidisco. È esattamente quello che succede nella realtà, e il modello lo replica con precisione sorprendente.
Ho lanciato due scenari paralleli: vince il Sì, vince il No. Otto mesi di simulazione, da aprile a dicembre 2026. Nessun evento è pre-programmato: è l’intelligenza artificiale stessa a generare gli accadimenti mese per mese, sulla base dello stato corrente della simulazione. Esattamente come nella vita vera, dove gli eventi nascono dalle tensioni accumulate, non da un copione.
Cosa succede se vince il Sì.
La riforma viene confermata, ma il Paese non si pacifica. La polarizzazione cresce progressivamente. Il dibattito, anziché chiudersi sulla giustizia, si allarga alla tenuta democratica. La magistratura si compatta in una posizione difensiva. I cluster giovanili — quelli sotto i 30 anni, con istruzione universitaria e forte esposizione ai social — si radicalizzano. Il governo mantiene la maggioranza parlamentare ma perde terreno nell’opinione pubblica. Lo spread sale leggermente. La narrazione dominante diventa: la democrazia è a rischio. È un film che gli italiani conoscono bene.
Cosa succede se vince il No.
La tensione si dissolve con una velocità impressionante. Il tema esce dall’agenda nel giro di due mesi. La magistratura torna nell’ombra. Ma la maggioranza va in crisi interna: il fallimento referendario apre fratture tra chi voleva la riforma come bandiera e chi la considerava un azzardo. L’attenzione dell’opinione pubblica si sposta su economia e sicurezza. Meloni deve ricostruire una narrativa.
Ma il dato più significativo non riguarda lo scenario specifico. Riguarda una costante che la simulazione restituisce in entrambi i casi: la disaffezione. Vinca chi vinca, gli italiani si allontanano dalle istituzioni. La fiducia nel sistema — che la simulazione traccia come indicatore aggregato — decresce in entrambi gli scenari. È un dato che dovrebbe far riflettere chi riduce tutto allo scontro tra Sì e No, come se il problema fosse solo chi prevale.
Il punto è un altro: il referendum, comunque vada, lascia cicatrici. E la simulazione suggerisce che quelle cicatrici non guariscono con la vittoria di una parte, ma solo con un processo di ricomposizione che nessuno dei due schieramenti ha ancora messo sul tavolo.
Qualcuno obietterà: ma è solo una simulazione. Certo. Ed è importante dirlo con chiarezza: questo non è un oracolo, non è una sfera di cristallo, non è nemmeno un sondaggio. È un modello. Come quelli che si usano per prevedere l’andamento dei mercati finanziari o la diffusione di un’epidemia. Nessuno confonde un modello epidemiologico con la realtà, eppure nessuno mette in dubbio che sia utile per prepararsi agli scenari possibili.
La piattaforma è esplorabile gratuitamente su referendumsim.it. C’è un knowledge graph dinamico che mostra le relazioni tra gli agenti, un replay temporale che permette di seguire l’evoluzione mese per mese, un’analisi dei post virali generati dagli agenti — che spesso sono inquietantemente plausibili — e un network delle coalizioni emergenti.
Per gli amanti dei numeri: il motore è Google Gemini, l’architettura è multi-agente a tre livelli, il costo totale della simulazione è stato inferiore a due dollari. Due dollari per simulare nove mesi di vita politica italiana con 275 agenti. Questo è il punto su cui vale la pena fermarsi: non per il costo in sé, ma per ciò che implica. Se oggi un singolo individuo con un computer e due dollari può costruire un digital twin della società italiana, cosa potranno fare domani le istituzioni, i partiti, i think tank, le redazioni giornalistiche con risorse adeguate?
L’intelligenza artificiale non sostituirà gli analisti politici. Ma sta dando loro uno strumento che prima non esisteva: la possibilità di testare scenari prima che accadano. Di esplorare le conseguenze di una scelta prima di farla. Di capire non solo chi vincerà, ma cosa succederà dopo.
E in un Paese che da decenni naviga a vista, forse è questo lo strumento che mancava.
Alberto Giovanni Gerli, 22 marzo 2026
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