“Ho fatto il mio dovere”. L’orgoglio dell’agente massacrato dagli antagonisti

Alessandro Calista ricoverato in ospedale per le ferite riportate dalla "banda del martello": "Grazie per la vicinanza"

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poliziotto torino askatasuna

Si chiama Alessandro Calista il poliziotto accerchiato dagli antagonisti pro-Askatasuna, preso a pedate in faccia, massacrato di calci e pugni, quindi colpito con un martello che poteva pure ammazzarlo. “Sto bene e vi ringrazi per la vicinanza, ho fatto solo il mio dovere”, dice ai quotidiani ricoverato in codice azzurro all’ospedale Molinette. Al telefono viene raggiunto dal ministro Matteo Piantedosi, che ha ricevuto anche la solidarietà di Sergio Mattarella, e del capo della Polizia Vittorio Pisani. “Ho fatto solo il mio dovere. Grazie per la vicinanza che mi state mostrando, sto bene”.

Il punto è che Calista, come i suoi 999 colleghi scesi ieri in strada a Torino per garantire l’ordine pubblico durante la manifestazione di Askatasuna, ha fatto sì il suo mestiere che però non è quello di farsi ammazzare. Non a 29 anni. Non con un figlio piccolo a casa. Non per un corteo di solidarietà ad un centro sociale che ha vissuto per 30 anni nell’illegalità e che è stato finalmente sgomberato, alla faccia di chi – come il sindaco Lo Russo – voleva inserirlo in un “percorso di legalità”.

Nato a Pescara, Calista è in servizio al reparto mobile di Padova. Ieri sera se l’è vista brutta. Insieme al suo reparto era in corso Regina Margherita quando – a causa dell’avanzata degli antagonisti – resta isolato rispetto ai colleghi. In 19 secondi esplode la furia. I violenti lo circondano, lo riempiono di calci, lo fanno cadere a terra, con una pedata gli tolgono il casco e poi si accaniscono ancora di più. È una violenza cieca. A cui si aggiungono almeno tre martellate: una al ginocchio, la seconda al polpaccio (col martello rivolto dal lato appuntito) e infine alla schiena. Per miracolo non prendono la testa. A salvarlo arriva un collega che lo protegge con lo scudo.

“Mi sono ritrovato da solo tra gli incappucciati, non so quanti fossero ma erano tanti, sono finito per terra, ho perso il casco mentre mi prendevano a calci, ho provato a proteggermi la testa, poi ho sentito un dolore terribile alla coscia…”, racconta a Repubblica.

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