
Il 28 luglio si è svolta una telefonata dai toni molto tesi tra Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, e Benjamin Netanyahu, attuale primo ministro israeliano. Durante la conversazione privata, secondo quanto rivelano fonti all’NBC, Trump avrebbe manifestato forte disappunto verso le dichiarazioni di Netanyahu riguardo alla crisi alimentare nella Striscia di Gaza. Il giorno prima, Netanyahu aveva infatti affermato che «non c’è fame a Gaza». Queste parole hanno fatto scattare la replica di Trump, che ha deciso di confrontarsi direttamente con il premier israeliano.
Trump interrompe Netanyahu
Nel corso della chiamata, Netanyahu ha sostenuto che alcune immagini di bambini palestinesi malnutriti diffuse dai media sarebbero state parte della propaganda di Hamas. Trump, secondo le ricostruzioni, ha interrotto il primo ministro israeliano e avrebbe alzato i toni, dichiarando: «Ho le prove dei bambini che muoiono di fame». Il presidente avrebbe spiegato che i suoi collaboratori gli avevano mostrato documenti e report che confermavano numerosi decessi per fame, soprattutto tra i più piccoli presenti all’interno della Striscia.
La conversazione è stata quasi completamente condotta da Trump
Fonti statunitensi hanno descritto il colloquio come «diretto, per lo più a senso unico, sullo stato degli aiuti umanitari», precisando che Trump avrebbe parlato per la maggior parte del tempo. L’obiettivo era quello di sottolineare la preoccupazione della Casa Bianca per la situazione della popolazione civile di Gaza e le condizioni in cui vivono migliaia di bambini e famiglie. Durante la telefonata, le divergenze tra i due leader sono emerse con forza, senza una vera convergenza sulle soluzioni possibili.
Decisioni e scontri sui piani per Gaza dopo la telefonata
Netanyahu intanto ha portato avanti la sua proposta per conquistare Gaza City, ricevendo l’ok dal gabinetto di sicurezza israeliano dopo dieci ore di discussione. Il piano prevede l’evacuazione di circa un milione di residenti verso altre zone entro il 7 ottobre, con l’obiettivo di imporre un assedio ai terroristi rimasti nell’area urbana della città. Molti membri dell’esercito, incluso il Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, hanno espresso forti dubbi sulla fattibilità umanitaria di tale piano, sottolineando: «Non esiste una risposta umanitaria per il milione di persone che sposteremo a Gaza. Sarà tutto estremamente complesso».
Nonostante il pressing statunitense e le preoccupazioni internazionali, Netanyahu ha ribadito la necessità di proseguire lungo la rotta da lui segnata. Ha più volte affermato che le immagini di bambini malnutriti sono legate alla propaganda di Hamas e che, secondo la leadership israeliana, il controllo di Gaza rimane fondamentale per la sicurezza nazionale. La discussione intorno agli aiuti umanitari rimane centrale nel dibattito tra Washington e Tel Aviv.
Missione dell’inviato americano Steve Witkoff in Medio Oriente
Subito dopo la telefonata, la Casa Bianca ha inviato Steve Witkoff, incaricato speciale, in Medio Oriente per valutare la situazione. La missione di Witkoff si inserisce nei numerosi tentativi, spesso senza risultati concreti, di individuare soluzioni alla crisi umanitaria e alle trattative tra Israele e Hamas sul futuro di Gaza. Il tema degli aiuti continua a restare in primo piano anche durante i frequenti rapporti tra le due capitali.
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