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Il catechismo ambientale

“Ho passato più tempo a caricarla che a dormire”. Ecco la verità sull’auto elettrica

Pochi giorni fa, Bruxelles ha votato lo stop alla vendita di macchine diesel e benzina dal 2035. Ma ci sono tre aspetti che non tornano

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Pochi giorni fa, il Parlamento Europeo ha formalizzato lo stop alla vendita delle auto diesel e benzina, a partire dal 2035. La proposta era già ventilata tra i corridoi del palazzo di Bruxelles da alcuni mesi. In queste ore, è arrivata la decisione definitiva, per gioia degli ambientalisti, dei fautori delle politiche green e della politica in nome della “sostenibilità”.

Nonostante i grandi elogi di un’Europa che combatte contro la distruzione del pianeta, l’inquinamento ed il cambiamento climatico, il voto rischia di generare almeno tre rischi concreti, non solo in termini geopolitici, ma propriamente sotto il profilo economico e produttivo.

Il costo di un’auto elettrica

Se prendiamo in considerazione le elettriche più economiche, il costo si aggira a partire dai 20 o 22 mila euro. Una cifra sicuramente importante, soprattutto se si parla del ceto sociale medio-basso, anch’esso obbligato a seguire l’imposizione di Bruxelles dal 2035. Il problema non riguarda le fasce reddituale benestanti, ma proprio coloro che possiedono e usano quotidianamente la stessa auto da oltre un decennio: vogliono tenersi una macchina Euro3 perché ne sono particolarmente affezionati oppure, come vuole la logica, non possono comprarsi la Tesla elettrica perché è economicamente sconveniente? La risposta, appunto, è spontanea, immediata, scontata. Eppure, pare che, nelle stanze del Parlamento Europeo, questo dettaglio non venga preso in considerazione.

Per di più, come riportato da Rachel Wolfe, sulle colonne di Fox Business, l’auto elettrica esige tempi di sostentamento decisamente più lunghi rispetto al semplice diesel o benzina. E questo culmina nel momento della ricarica: “Ho noleggiato un’auto elettrica per un viaggio di quattro giorni per duemila chilometri, da New Orleans a Chicago: ho passato più tempo a caricarla che a dormire”. Wolfe ammette sicuramente il risparmio, di circa 100 dollari rispetto ad un pieno di benzina, ma per un viaggio programmato di 7 ore, ce ne ha messe più di 12. Quasi il doppio rispetto a quanto prefissato. A ciò si aggiunge l’impreparazione – soprattutto italiana – nell’attuazione di una “mobilità sostenibile”, data la scarsità di colonnine presenti nelle città.

L’allarme dei posti di lavoro

In un contesto economico gravemente provato dalla crisi pandemica e dal continuo aumento dell’inflazione, anche la scelta di Bruxelles avrà ricadute catacombali. Poche settimane fa, infatti, i presidenti di Confindustria del Nord hanno lanciato un allarme forte e chiaro: se non si agisce nel breve termine, c’è il rischio che 70mila posti di lavoro della filiera saltino. Anzi, come già detto sopra: “Non è solo un problema di posti, ma anche di convivenza per quanti sarebbero chiamati a cambiare le vecchia vettura”.

La transizione dal diesel all’elettrico non provocherà solo un mutamento delle abitudini sociali, ma un vero e proprio stravolgimento di quella che è la vita lavorativa, sociale, familiare di ciascun nucleo. E non è assolutamente scontato che questa svolti in una direzione più vantaggiosa.

Il regalo alla Cina

Lo stesso ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, ha definito il voto di Bruxelles “una scelta ideologica”: “Il destino dell’auto non è solo elettrico, a meno che non si voglia fare un regalo alla Cina che, su questo fronte, è davanti a tutti”. Ebbene sì, perché è proprio Pechino ad essere la capitale dall’automobile ibrida. L’Unione Europea sta rischiando di consegnare al suo principale avversario, sia economico che geopolitico, uno dei pochi settori strategici in cui primeggia a livello globale.

Questi rischi vennero presentati, con largo anticipo, anche da Sergio Marchionne, una persona che di automotive ne sapeva leggermente di più rispetto ai burocrati europei. Il grande imprenditore non solo ricordava come “le emissioni di un’auto elettrica, quando l’energia è prodotta da combustibili fossili, sono equivalenti a un’auto a benzina”, ma che questi mezzi si configurano come “un’arma doppio taglio”: è la strategia cinese per levare di mezzo l’Occidente dal settore di cui è stato fondatore e prosecutore. Ad oggi, come è evidente, l’Ue sta applicando alla lettera quelle che sono le prerogative di Pechino.

Oltre al mondo delle favole, del pianeta alla “Piccolo Principe”, rimangono i problemi concreti della realtà, le esigenze a cui deve far fronte qualsiasi assemblea, prima di deliberare scelte potenzialmente in grado di stravolgere la vita di ciascun cittadino. Una politica sostenibile può e si deve fare, ma a patto di alcune condizioni: siamo disposti a conciliarla con le necessità dell’essere umano, oppure la si vuole perseguire indiscriminatamente? A differenza di Pechino, pare che Bruxelles stia applicando la seconda opzione. E sarà un suicidio.

Matteo Milanesi, 12 giugno 2022