C’è una cosa che Marco Travaglio dovrebbe ricordare: Giovanni Falcone non è una battuta da prima pagina, né una figurina da arruolare nelle polemiche politiche del suo giornale. Scrivere o insinuare che Falcone «lavorava nel governo di Giulio Andreotti» per liquidare una discussione non è giornalismo pungente. È una semplificazione comoda, che trasforma una vicenda storica complessa in una caricatura buona per il titolo. Falcone non lavorava per Andreotti. Lavorava per lo Stato. Non prese la tessera di un partito. Non fece carriera politica. Non diventò un uomo di corrente.
Mise le proprie competenze al servizio delle istituzioni e dedicò la sua vita a costruire strumenti sempre più efficaci contro Cosa nostra. Dopo essere stato isolato, ostacolato e delegittimato a Palermo, continuò la sua battaglia dentro le istituzioni. E lo fece con una convinzione semplicissima: la lotta alla mafia non poteva appartenere a una parte politica, ma doveva appartenere allo Stato. E allora la domanda a Travaglio è semplice: quando una battuta entra in conflitto con la storia, perché dovrebbe essere la storia a doversi piegare alla battuta? È troppo facile evocare Andreotti, suggerire appartenenze, costruire collegamenti e lasciare al lettore l’insinuazione.
Molto più difficile è raccontare Falcone per quello che realmente fu: un magistrato dello Stato, un servitore delle istituzioni, un uomo che comprese prima di molti altri la dimensione nazionale e internazionale di Cosa nostra e che contribuì a cambiare per sempre gli strumenti della lotta alla mafia. Falcone non apparteneva ad Andreotti. Non apparteneva a un partito. Non apparteneva a Travaglio. Non apparteneva a un giornale. Apparteneva allo Stato. Alla Repubblica. Agli italiani.
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Ed è proprio per questo che dovrebbe essere trattato con rispetto, anche quando si vuole fare polemica politica. A Travaglio e a chi dirige il suo giornale una domanda ancora più semplice: avete bisogno di tirare Falcone dentro le vostre battaglie politiche per sostenere una tesi? Perché se per fare una battuta bisogna deformare la storia, allora il problema non è Falcone. È il giornalismo che ha smesso di rispettare la storia. Falcone non ha bisogno di essere arruolato. Non ha bisogno di essere usato. Non ha bisogno di essere reinterpretato per convenienza. Ha bisogno che si raccontino i fatti. Perché la memoria di Giovanni Falcone merita la verità. Non una battuta. Non toccate Falcone, altro che Report!
Massimo Micheli, 19 agosto 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


