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Houellebecq e le sue provocazioni non funzionano più

Serotonina, il nuovo romanzo di Michel Houellebecq è il diario di uno scrittore esausto, che non ha da dire molto di più di quello che trasmette il suo volto: nichilismo pret-a-porter, esistenzialismo da riporto, maledettismo più da randagio che da poeta degli inferi. Malgrado il fenomeno editoriale Houellebecq – almeno in Francia, con 350 mila copie vendute in 2 giorni – non sembri finire, altro si può dire per la sua vena artistica: prosciugata da troppe vecchie provocazioni.

Sono lontani i tempi de Le particelle elementari, il suo esordio da romanziere non ancora esausto da sé stesso. Houllebecq è passato dagli scontri agli scontrini. Ormai è polvere da sparo bagnata, è il fantasma di sé stesso trapassato ad una terza età che ha sempre cercato e finalmente raggiunto. Le sue provocazioni ora che non colgono più nel segno diventano quelle che sono: le parole di un Bukowski senza neanche il 4 di Luglio, il diario di un “vecchio sporcaccione” che ha il suo baratro in Louis Ferdinand Celine che ha già scritto tutto per lasciare spazio alle invettive di un Houllebecq che gira ormai intorno a sé stesso.

Serotina è un romanzo da turisti della vita, un libro da mutuati dell’esistenza incapaci di fare fronte alla vecchiaia. Non si cerchino metafore con il decadimento dell’Occidente perché quello che descrive Houellebecq è un cercare di cadere sulla paglia. Quella dei suoi lettori, che leggono le sue provocazioni come guardano i gilet gialli alla televisione: con un occhio allo schermo e l’altro ai video porno su un telefonino.

Gian Paolo Serino, 12 gennaio 2019

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5 Commenti

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  1. Ottimo pezzo caro Serino.
    Rischio di farti un mio punto di riferimento.
    Houellebecq è un giornalista come tanti,che ha scoperto come mettere un velo moralistico a degli istant-book alquanto rozzamente pulp.
    Anche il tanto osannato “le particelle elementari”,che ho letto per curiosità,mi ha lasciato un disgusto per la falsità interiore dello scrittore il quale dal suo scritto trapelava come un tanfo.
    Di una tristezza che annichiliva per il suo falso nichilismo-cinismo d’accatto.
    Scritto bene,per la verità,ma senza un’anima che da un romanzo “autobiografico” di John Fante sguizza fuori ad ogni frase.
    Leggersi “Aspetta primavera, Bandini”,è una delizia che nn ci si deve far mancare dove si sente quell’amarezza che rende uno scrittore verace capace di raccontare “il Mondo” che ognuno detiene al propio interno. Chiuso in un baule dove i finti scrittori come Houellebecq regalano chiavi abbellite,ma false.
    Dove i Fante o i Bukowski,come il sacro graal nel film “Indiana Jones e l’ultima crociata” è il calice sbeccato e malamente forgiato,passano la chiave abbruttita e ruggine che apre il lucchetto.

  2. “nichilismo pret-a-porter, esistenzialismo da riporto, maledettismo più da randagio che da poeta degli inferi.” Caspita, allora è il libro per me!!
    Quelli per lei sono i libri scritti da De Carlo, Tamaro o meglio ancora Veltroni?

  3. L’impressione è che cerchi di imitare i protagonisti dei fumetti di Reiser (fra tutti Gros Deguelasse, il porcone nella versione italiana), senza raggiungere la (paradossale e grottesca) simpatia dei modelli.

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