La parola magica, naturalmente, è già stata pronunciata: “editto”. Anzi, peggio. Per il Movimento 5 Stelle la sostituzione di Sigfrido Ranucci alla guida di Report sarebbe un’“operazione brutale, autoritaria e fascista”, persino un “golpe”. Giorgia Meloni, sostengono i parlamentari pentastellati, avrebbe finalmente realizzato il proprio piano: “Distruggere Report nell’anno elettorale”.
Tutto molto suggestivo. Peccato che, per costruire il martire del regime, occorra cancellare quanto accaduto nell’ultimo mese. E cioè una sequenza di polemiche, rapporti controversi, rivelazioni, chat e spiegazioni tutt’altro che convincenti che hanno investito proprio Ranucci. Altro che editto bulgaro: il conduttore di Report si è infilato da solo in un vicolo cieco, trasformando il caso Lavitola e tutto ciò che gli è ruotato attorno in una gigantesca questione di credibilità.
La politica ha certamente approfittato della situazione. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma una cosa è sfruttare una debolezza, un’altra è averla inventata. Le ombre sui rapporti tra Ranucci e Valter Lavitola, le polemiche sul cosiddetto “metodo Report”, le contestazioni interne e il dibattito sulle responsabilità del conduttore non sono stati fabbricati a Palazzo Chigi. Sono esplosi perché il giornalista non è riuscito a scioglierli con la chiarezza che pretende, ogni settimana, dagli altri.
Ora, però, Ranucci sceglie la strada più semplice: quella del perseguitato politico. Da Favignana, a margine del suo spettacolo teatrale Diario di un trapezista, ha annunciato che non accetterà le alternative proposte dalla Rai: “Non accetterò quello che ha proposto la Rai perché è un tornare indietro”. Poi ha ringraziato Tg3 e RaiNews per “l’asilo politico”, chiedendosi perché, se non è considerato adatto a Report, dovrebbe esserlo per una testata giornalistica del servizio pubblico.
Fin qui, la protesta professionale. Poi arriva la sceneggiata. Tra le ipotesi avanzate dall’azienda ci sarebbe stata anche la sede di corrispondenza del Cairo. Ranucci, ricordando di vivere sotto scorta, ha commentato: “Forse auspicano che potrei fare la fine di Regeni”. Un paragone enorme, sproporzionato, persino disturbante. Giulio Regeni fu sequestrato, torturato e ucciso in Egitto. Evocarne la fine per descrivere una proposta di trasferimento aziendale significa abbandonare il terreno della critica e arrampicarsi su quello della rappresentazione vittimistica.
Anche perché Ranucci non è stato licenziato, espulso dalla Rai o ridotto al silenzio. Gli sono state prospettate altre collocazioni, tra Tg3, RaiNews e una sede estera. Si può considerarle inadeguate, punitive o professionalmente penalizzanti. Si può contestare il metodo seguito dai vertici del servizio pubblico. Ma chiamare tutto questo “fascismo”, “golpe” o “killeraggio mediatico” serve soltanto a impedire qualsiasi discussione sul merito.
È esattamente ciò che sta facendo il Movimento 5 Stelle. La senatrice Barbara Floridia sostiene che Ranucci sia stato accompagnato alla porta attraverso “un’operazione di killeraggio mediatico che non ha precedenti”. Eppure la domanda resta: gli articoli pubblicati sul caso erano tutti falsi? I rapporti contestati non sono mai esistiti? Le contraddizioni emerse sono state chiarite? Oppure qualsiasi giornale che osi indagare chi indaga deve essere automaticamente inserito nella lista nera dei sicari di TeleMeloni?
Il ragionamento pentastellato è comodissimo: Report può mettere sotto accusa chiunque, sollevare dubbi, ricostruire relazioni e chiedere conto anche delle frequentazioni più imbarazzanti. Se però lo stesso metodo viene applicato al suo conduttore, allora scatta l’allarme democratico. L’inchiesta diventa fango, la domanda diventa aggressione, la critica si trasforma in fascismo.
Ranucci sostiene che dietro le polemiche ci sia stato un “sistema” e indica come prova le parole di Federico Mollicone, che avrebbe ringraziato i giornalisti del gruppo Angelucci e le piattaforme che hanno rilanciato gli articoli sul caso. Secondo il giornalista, quei “dubbi” sarebbero stati funzionali a “gettare un’ombra” sui suoi comportamenti e propedeutici alla decisione di sostituirlo. Ma il fatto che un esponente della maggioranza cavalchi una vicenda non rende automaticamente falsa la vicenda stessa. Altrimenti basterebbe un applauso di Mollicone per trasformare qualsiasi imbarazzo in una montatura.
Anche la possibile rivolta della redazione, pronta secondo Ranucci alle dimissioni, viene inserita nella narrazione dell’assedio. “Fanno bene a dimettersi perché quei nomi vanno bene per altre cose ma non per Report”, ha affermato, parlando di uno “schiaffo alla meritocrazia” e di un progetto finalizzato alla chiusura della trasmissione. Una dichiarazione che, paradossalmente, lascia intravedere un’altra verità: Report viene ormai identificato completamente con il suo conduttore. Senza Ranucci, nella sua rappresentazione, non esiste più il programma. E chiunque venga indicato per sostituirlo sarebbe, per definizione, inadatto.
Il punto non è difendere la Rai, né fingere che le nomine del servizio pubblico siano improvvisamente diventate impermeabili alla politica. Non lo sono mai state. Il punto è rifiutare la favoletta dell’eroe senza macchia cacciato soltanto perché scomodo. Ranucci è finito al centro di una crisi che riguarda anche le sue scelte, i suoi rapporti e il modo in cui ha gestito le contestazioni delle ultime settimane.
Meloni può aver raccolto il pallone e averlo calciato in porta. Ma quel pallone, sul dischetto, ce lo ha messo Ranucci. Tutto da solo.
Massimo Balsamo, 29 agosto 2026
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