
In un Paese come il nostro, stracolmo di regolamenti, codici, liste e elenchi interminabili, persino l’online e i social network nati come mezzi liberi, indomabili e indipendenti, non trovano scampo. Già: nasce oggi l’albo degli influencer. E dalla sua impostazione appare come l’ennesimo strumento di controllo calato dall’alto e mascherato come validissimo elemento normativo.
L’AGCOM lo ha approvato con delibera ufficiale, sostenendo che non sia un nuovo ordine professionale ma, teoricamente, un banale registro pubblico. Nella pratica però si configura come un dispositivo che può facilmente istituzionalizzare la sorveglianza di chi opera nel mondo digitale, limitando la libertà creativa e di impresa e imponendo regole rigide a chiunque superi determinate soglie di visibilità.
Difatti la registrazione è obbligatoria per chi ha almeno 500.000 follower o una media mensile di più di un milione di visualizzazioni. Sembrano numeri giganteschi ma è un criterio che colpisce una fetta consistente di chi comunica tramite le piattaforme social: anche pagine con un moderato numero di follower possono raggiungere enormi quantità di visualizzazioni per via dell’algoritmo dinamico dei social come Instagram o TikTok. La mancata iscrizione comporta multe salate, costringendo gli influencer all’obbedienza forzata.
Ma qual è l’obiettivo di questa lista? Perché lo Stato dovrebbe ravanare tra i materiali prodotti dai content creator? A che pro?
Lo scopo dichiarato dall’autorità sarebbe quello di mettere ordine nel presunto far west degli influencer. Un intento che sarebbe l’ennesimo tentativo di normare e gestire la libertà di espressione dei content creator: le piattaforme social esercitano già un controllo gigantesco sui contenuti (vedasi anche lo scandalo Meta con Zuckerberg che dichiarò di aver ricevuto pressioni dai governi per normare i contenuti sul Covid…) e lo fanno spesso senza trasparenza e senza criteri chiari. Alcuni account vengono chiusi temporaneamente o peggio definitivamente senza appello e senza precise ragioni. Inoltre, chi oggi viene insultato o calunniato sui social può ricorrere alla giustizia ordinaria; pertanto questo albo non riempie nessun vuoto legislativo, aggiunge solo un ulteriore livello di burocrazia.
Il codice di condotta imposto dall’AGCOM prevede obblighi di trasparenza nelle collaborazioni commerciali (cosa che esiste già), tutele per i minori (cavallo di troia utilizzato per le peggiori nefandezze liberticide a livello comunitario, vedasi chat control EU fortunatamente bocciato) e limiti stringenti alla promozione di prodotti come alcolici, farmaci soggetti a prescrizione e sigarette tradizionali ed elettroniche (perché? Su che base? Siamo forse ripiombati nel proibizionismo?).
Ma non è finita qui: l’autorità introduce concetti come veridicità, obiettività, imparzialità e lealtà nella rappresentazione dei fatti. Chi stabilirà se un contenuto è realmente veritiero? Chi deciderà se una narrazione è ritenuta imparziale? Il tema è davvero preoccupante. Questo assegna alle istituzioni un potere enorme sulla libertà di espressione, con un margine di discrezionalità così largo che può facilmente trasformarsi in abuso.
Il divieto di diffondere odio e discriminazione viene presentato come un presidio di civiltà. Ma la migliore garanzia esiste già: è sapere che chi parla online e ha una platea lo fa mettendoci la faccia, essendo così responsabile legalmente di ciò che dice. Non serve certo l’ennesimo carrozzone statale a dire e a dirci cosa sia giusto e cosa no. E in questo modo diventa concreto il rischio che ogni opinione sensibile nei confronti di temi delicati possa essere interpretata come violazione della “deontologia” dell’albo.
La vaghezza dei criteri di giudizio lascia aperto questo scenario. Sicuramente non c’è malizia nelle attuali decisioni dell’AGCOM. Ma la noncuranza o il pressappochismo possono diventare falle dove si può facilmente insidiare una gestione malevola.
Le sanzioni previste raggiungono cifre fino a 600 mila euro, un importo che metterebbe in ginocchio la stragrande maggioranza degli influencer. Questo spauracchio non aiuta a crescere, intimorisce e scoraggia il dissendo e il pluralismo di chi fa libera informazione a costo della sua reputazione.
L’albo insomma viene presentato come un gesto di maturità per chi ha grande visibilità online. In realtà può tramutarsi in un bavaglio istituzionale che tenta di normare per l’ennesima volta un settore nato libero. Questa iniziativa rischia di soffocare la vitalità del digitale e di ridurre la pluralità delle voci che lo animano.
Alessandro Bonelli, 23 novembre 2025
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