Cronaca

“I danni del Long Covid come l’Alzheimer”. I dubbi sullo studio

I dati di alcuni ricercatori americani su appena 179 soggetti sui postumi del virus. L'esperto: "Necessario studio più ampio"

covid alzhaimer Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Chi pensava che, dopo tutte le idiozie che sono state raccontate durante la stagione del Covid-19, si mettesse la parola fine a questa oscura vicenda, si sbagliava. Tant’è che AdnKronos dell’11 febbraio così titola un suo articolo: “Ecco come il Long Covid cambia il cervello con meccanismi tipici dell’Alzheimer”.

In particolare, il pezzo si occupa di uno studio, le cui conclusioni – viene detto – sono ancora tutte da confermare, realizzato negli Stati Uniti da alcuni “ scienziati della NYU Langone Health, finanziato dal National Institute on Aging dei National Institutes of Health (Nih) e pubblicato su ‘Alzheimer’s & Dementia’. Ricerche precedenti – viene spiegato nell’articolo – avevano evidenziato che il virus Sars-CoV-2 può danneggiare il plesso coroideo (Cp), una rete di vasi sanguigni rivestiti da cellule produttrici del liquido cerebro-spinale che funziona da barriera protettiva per il cervello; a livello cerebrale, il Cp regola le risposte del sistema immunitario (l’infiammazione) e l’eliminazione delle scorie.”

Secondo i riscontri di questo lavoro i pazienti affetti dal Long Covid avrebbero – il condizionale è assolutamente d’obbligo – tale plesso coroideo più grande del 10% rispetto a chi si è beccato il coronavirus ed è poi completamente guarito. Ma la cosa stupefacente, almeno per noi profani che tuttavia ci sforziamo di usare il buon senso (buon senso che all’epoca della pandemia sembra essere mancato in larghi strati della stessa comunità scientifica), è che per il siffatto studio sono stati reclutati appena 179 soggetti, di cui 86 con sintomi neurologici di Long Covid, 67 che hanno contratto la malattia ma ne sono completamente guariti, e 26 non lo hanno mai incontrato, almeno secondo gli autori del medesimo studio.

Inoltre, le cose mica finiscono qui. “Il nostro prossimo passo – prospetta l’autore senior dello studio Thomas Wisniewski, docente del Dipartimento di Neurologia della NYU Grossman School of Medicine – è seguire questi pazienti nel tempo per verificare se i cambiamenti cerebrali che abbiamo identificato possano predire chi svilupperà problemi cognitivi a lungo termine. Sarà necessario uno studio più ampio e a lungo termine – precisa l’esperto – per chiarire se queste alterazioni del plesso coroideo siano una causa o una conseguenza dei sintomi neurologici. Questo permetterà di focalizzare meglio gli sforzi nella progettazione del trattamento.”

Ora, considerando che il Covid, ovvero la malattia, risulta da tempo del tutto scomparsa nella percezione della popolazione mondiale, sebbene il virus che la determina, al pari di tantissimi altri, conviva allegramente e in modo silenzioso all’interno della comunità umana, facciamo veramente una gran fatica a comprendere questo ennesimo approfondimento su un presunto strascico della medesima malattia, il famigerato Long Covid che, per quel che ci è dato sapere, risulta ancora oggi così misterioso da far concorrenza al celeberrimo mito dell’Araba fenice. Nel senso che vi sia il Long Covid qualcun lo dice, come sia nessun lo sa.

Claudio Romiti, 12 febbraio 2026

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