
Altro che “pochi pagano per tutti”: in Italia lo Stato tassa, spreca, accusa e mente. L’articolo di Alberto Brambilla sul Corriere della Sera Economia non è un’analisi: è un atto d’accusa contro i cittadini, una giustificazione ideologica alla voracità fiscale e alla paralisi di uno Stato indifendibile che non è in grado di meritarsi un solo euro di ciò che pretende.
In un Paese dove il Total Tax and Contribution Rate supera il 59%, accusare i cittadini di “non pagare abbastanza” è non solo falso, ma pericolosamente manipolatorio. La pressione fiscale ha superato il 43% del PIL, il gettito fiscale continua a crescere ogni anno, e tutto questo serve solo a mantenere un apparato pubblico bulimico, inefficiente e fuori controllo e tutto il parastato clientelare al servizio dei partiti politici.
Brambilla dipinge un’Italia dove una piccola élite fiscale di benefattori si sacrifica per mantenere la sanità, la scuola e l’assistenza per tutti (“Il 60% non paga tasse, un 24% versa quelle appena sufficienti per pagarsi i servizi di base” e “il carico fiscale è sulle spalle del 17% della popolazione che dichiara redditi da 35 mila euro lordi l’anno in su“). Ma dimentica – o ancor peggio omette – che milioni di italiani con redditi bassi pagano ogni giorno Iva, accise record, tasse locali e contributi previdenziali obbligatori.
Dimentica che la vera zavorra non è chi fatica a emergere, ma uno Stato che premia il parassitismo politico e punisce il merito, l’impresa, la produttività.
Il nostro sistema previdenziale è una gabbia contributiva: ogni lavoratore versa oltre un terzo del proprio reddito lordo in contributi senza acquisire un solo diritto certo. Il sistema a ripartizione non è un “modello sociale”: è uno schema Ponzi di Stato, dove chi paga oggi lo fa senza sapere se, quando e quanto riceverà domani. E ogni governo cambia le regole in corsa.
Nel frattempo, la spesa pubblica ha superato il 54% del PIL: lo Stato brucia più della metà della ricchezza nazionale, ma restituisce ospedali senza medici, scuole che cadono a pezzi, strade impraticabili e burocrazia che soffoca tutto ciò che si muove. E mentre lo “Stato imprenditore” fallito si espande, chi produce ricchezza è trattato come un presunto evasore da sorvegliare, multare, perseguitare.
Il vero scandalo non è chi evade per sopravvivere, ma chi continua a pretendere più tasse per coprire i propri fallimenti e mantenere una macchina pubblica fuori controllo.
Smettiamola di criminalizzare i cittadini. Lo statalismo ha fallito. È lo Stato che va messo alla sbarra e tutto il partito unico del “+Stato!” ed i suoi chierici.
Servono:
• Flat tax vera e contributi capitalizzati, per ridare libertà economica e responsabilità individuale a chi produce e a chi lavora;
• libertà di scelta per sanità e istruzione tramite voucher, per introdurre concorrenza e che lo stato si occupi e bene solo degli indigenti, inattivi ed inabili al lavoro;
• Taglio netto della spesa pubblica improduttiva, per liberare imprese e famiglie dal peso soffocante dello Stato.
Non serve un nuovo moralismo fiscale. Serve una rivoluzione liberale. Serve la “motosega”! Solo così potremo uscire dalla stagnazione e ricostruire un’Italia che non sia governata dalla paura fiscale e dall’illusione del paternalismo di Stato, ma fondata sulla libertà, sul merito e sulla responsabilità.
Andrea Bernaudo, 25 maggio 2025
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