I Pro Pal hanno gettato la maschera

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sciopero pro pal

In queste ore la Galassia Pro-Pal ha sprecato una grande chance per chiarire la propria posizione e dimostrare di essere un ecosistema moderato e davvero pacifista. I collettivi studenteschi, alcuni partiti politici e più in generale le “piazze” avrebbero potuto prendere le distanze in modo netto e inequivocabile dal fondamentalismo islamico dopo l’arresto di Mohamed Hannoun e dei suoi accoliti con l’accusa di aver finanziato Hamas attraverso milioni e milioni di euro di donazioni.

Sarebbe dovuto essere un passaggio cruciale, anche abbastanza semplice.

Eppure, questo distanziamento (così come una chiara stigmatizzazione della violenza islamista) non è arrivato in maniera convincente da quasi nessun soggetto coinvolto nel dibattito pubblico.

Alcuni esponenti hanno scelto la linea del silenzio, attendendo che l’attenzione mediatica si spostasse altrove; e lo hanno fatto concentrandosi su altri temi come il referendum sulla riforma della giustizia, rilanciando una raccolta firme maldestra per posticiparlo. Altri, invece, hanno assunto una posizione ancora più grave e pericolosa, arrivando a difendere Hannoun e a giustificare le sue azioni in nome di una presunta “resistenza palestinese”. In questo quadro, si sostiene ormai senza vergogna un presunto diritto di Hamas di esistere e di combattere per conto del popolo palestinese. È necessario ribadirlo con chiarezza: nel diritto internazionale non esiste alcuna legittimazione per un’organizzazione terroristica e Hamas è riconosciuta come tale da numerosi Stati e organismi sovranazionali.

Da questa vicenda emergono almeno due elementi di riflessione. Il primo riguarda il mondo dei collettivi e di una parte dell’attivismo politico, rispetto al quale appare sempre più evidente una contiguità, sia culturale che strategica, con il fondamentalismo islamico. Il secondo elemento è ancora più preoccupante e riguarda la narrazione, che ormai non solo l’Islam propaga, secondo cui Hamas coinciderebbe integralmente con la Palestina e che la Palestina, a sua volta, non potrebbe essere separata da Hamas.

Fino a poco tempo fa i Pro-Pal insistevano sulla necessità di distinguere il popolo palestinese e Hamas, sottolineando come milioni di civili non possano essere identificati con un’organizzazione armata. Dunque secondo questa idea Israele, che attaccava la popolazione inerme, andava condannata a sua volta per terrorismo.

Oggi invece questa distinzione viene ribaltata proprio dai sostenitori del fronte propalestinese, che in un certo qual senso hanno calato la maschera affermando apertamente che Hamas rappresenterebbe la volontà popolare, perché eletta in passato, ed è quindi legittimata a governare, a combattere e a compiere stragi per vendetta.

Questo cambio radicale di visione ignora il contesto storico, l’assenza di elezioni libere da molti anni, la repressione del dissenso interno e l’uso sistematico della violenza come strumento politico.
E soprattutto ignora che finché Hamas manterrà il controllo del territorio e continuerà a perseguire come obiettivo dichiarato la distruzione di Israele, qualsiasi ipotesi di pace resterà irrealizzabile. Hamas non è un attore politico, ma un’organizzazione terroristica che fonda la propria identità sul conflitto permanente.

Per questo motivo, chi oggi si definisce Pro-Pal dovrebbe interrogarsi seriamente sulle proprie posizioni. Sostenere, anche indirettamente, un’organizzazione terroristica è non solo moralmente discutibile, ma politicamente controproducente per la situazione attuale. Perché fino a quando Hamas resterà al centro della scena, non ci sarà spazio né per una pace duratura né per una reale emancipazione del popolo palestinese, che continuerà a essere ostaggio di una leadership spietata e tirannica.

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