Nel nuovo rapporto sul diritto d’asilo, Migrantes dedica uno dei capitoli più politici al cosiddetto modello Albania, definendolo senza esitazioni come un’esperienza “ai margini della democrazia”. È uno slogan perfetto per il dibattito pubblico, molto meno per un’analisi che ambirebbe a essere seria, rigorosa e fedele ai fatti.
Secondo l’ente della CEI, l’accordo che prevede la gestione in territorio albanese di alcune procedure per i migranti rappresenterebbe “un laboratorio per l’estensione extraterritoriale del controllo” e addirittura “una messa in scena del potere sovrano sui corpi migranti”. Parole dal forte carico simbolico che evocano scenari distopici, ma che sembrano ignorare tanto il diritto dei governi (democraticamente eletti) di realizzare il programma elettorale quanto il voto che proprio ieri in Europa ha dato il via libera al modello italiano.
Migrantes sostiene che il progetto sia segnato da una “opacità sistemica” alimentata “dall’esclusione di media e società civile”. Una opacità “diventa essa stessa strumento di governo”. Sembra quasi che Migrantes attribuisca all’iniziativa italiana un carattere eccezionale, quando nel loro stesso dossier ammettono che il progetto non è affatto un “mostro isolato”, ma rientra in un continuum di politiche europee consolidate “come un banco di prova per la tenuta dei principi democratici e giuridici dell’Unione”. Se è così, perché l’anatema selettivo?
Uno dei passaggi più curiosi – e più rivelatori – è l’affermazione secondo cui la presunta “inefficacia” del modello Albania “in termini di rimpatri” si trasformerebbe “in efficacia politica e disciplinare”. Tradotto: anche quando non funziona, funziona comunque, perché permetterebbe al governo di rafforzare il proprio potere sui “corpi migranti”. Tuttavia il rapporto “riconosce anche l’emergere, al suo cospetto, di spazi di resistenza e agency: il ‘contenzioso strategico’, il monitoraggio civico e le mobilitazioni transnazionali hanno dimostrato che è possibile incrinarne l’architettura e riaffermare la centralità del diritto e della trasparenza”.
Il rapporto
Guardiamo poi al resto del report, presentato oggi a Roma all’Università Gregoriana. Alla fine di settembre 2025 il numero dei rifugiati e migranti morti o dispersi nel Mediterraneo sfiora già quota 1.300. La rotta del Mediterraneo centrale continua a essere la più letale: 885 le vittime stimate dall’inizio dell’anno. Il 2024, ricorda il dossier, aveva invece registrato il più alto numero di morti sulla rotta atlantica verso le Canarie (1.239 tra morti e dispersi) e lungo i percorsi migratori interni all’Europa (243).
Le probabilità di non sopravvivere al viaggio restano elevate. Secondo Migrantes, la rotta del Mediterraneo centrale presenta oggi un rischio di morte o sparizione pari a un caso ogni 58 persone arrivate in Italia o a Malta. Ancora più critica la situazione sulla rotta atlantica verso le Canarie, dove si registra un caso ogni 33 sbarchi, con un incremento rispetto all’anno precedente.
Il rapporto sottolinea anche il crescente numero di migranti intercettati e riportati in Libia dalle guardie costiere del Paese nordafricano. Tra gennaio e settembre 2025 sono stati quasi 20 mila, vicini al totale dell’intero 2024 (poco meno di 22 mila). Migrantes parla di “un sistema collaudato di miseria, arbitrio, vessazioni, taglieggiamenti e violenze” nel quale queste persone vengono ricondotte una volta fermate in mare.
In sintesi, l’Unione Europea allargata vede nei primi otto mesi del 2025 un calo dei flussi irregolari in entrata di rifugiati e migranti: -21% rispetto allo stesso periodo del 2024. In aumento solo la rotta del Mediterraneo occidentale verso la Spagna (+22%)
Il fronte ucraino
Sul fronte dei rifugiati dall’Ucraina, il protrarsi della guerra continua a frenare i progetti di rientro. La percentuale di quanti sperano di tornare in patria è scesa rapidamente dal 77% al 62%. Alla fine di giugno 2025 nell’Unione Europea (più Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein) si contano 4.467.000 rifugiati ucraini con protezione temporanea, circa 60 mila in più rispetto alla chiusura del 2024. La Germania ne ospita circa 1,2 milioni; la Polonia quasi un milione; la Spagna oltre 240 mila; l’Italia poco meno di 169 mila, rispetto ai 163 mila registrati a fine 2024; la Francia circa 55 mila.
In Italia, all’inizio del 2025 vivono circa 484 mila cittadini non comunitari titolari di un permesso di soggiorno per protezione o asilo, in aumento del 17% rispetto all’anno precedente ma pari a poco più dello 0,8% della popolazione complessiva. Secondo i dati Unhcr riportati da Migrantes, alla fine del 2024 i rifugiati in senso ampio presenti nel Paese erano 313 mila, diventati 314 mila a metà 2025. L’Italia resta dietro Germania, Polonia, Francia, Regno Unito e Spagna per numero assoluto di rifugiati, e anche Svezia, Grecia e Bulgaria la superano in rapporto alla popolazione residente.
Le richieste di protezione presentate in Italia tra gennaio e agosto 2025 sono state circa 85 mila, in calo del 20% rispetto allo stesso periodo del 2024. A fine giugno i richiedenti registrati risultavano poco meno di 64 mila.
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