
Qui al bar pensiamo che un’austerità senza libertà, cioè con meno Stato e meno tasse e meno burocrazia, sia tutto fuorché liberale; per questo non ricordiamo certo con nostalgia l’era di Mario Monti a Palazzo Chigi.
Stamattina, però, abbiamo aperto il Foglio e abbiamo scoperto che l’ex premier ha lodato Giorgia Meloni per la sua capacità di mantenere stabilità sui mercati finanziari e per il suo potenziale di diventare leader di una “nuova fase dell’unificazione” in Europa. Tutto bellissimo, eh. Ma qualcosa ci preoccupa: i complimenti di Monti riguardano il rigore e la credibilità del Paese; tuttavia, come lui stesso riconosce, pur avendo praticato quella stessa filosofia, ciò non basta per garantire la crescita.
Per tornare a crescere, aggiungeremmo noi, occorre uno snellimento delle regole, occorre un significativo stimolo fiscale e occorre, se necessario a portare a termine queste riforme liberali, dare una scossa all’Ue, piuttosto che sul piano dell’ulteriore integrazione nel nome dei vincoli, sul piano dell’allentamento delle regolette ragionieristiche che riducono quei margini di finanza pubblica, utili per liberare la forza dei privati.
E dunque, ci chiediamo se il complimento dell’ex presidente del Consiglio non rischi di somigliare pericolosamente a un bacio della morte, per il centrodestra: perché la gente può essere contenta per il buon andamento dello spread, o per la rispettabilità del Paese all’estero, ma poi, i conti, li fa sulla fine del mese e non sul bilancio dello Stato. Dal rigore al rigor mortis è un attimo. La compagnia di Monti è un buon auspicio per il 2026?
Il Barista, 2 gennaio 2025
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