Cronaca

Il boia di Capaci è libero, aberrante conseguenza di un destino beffardo

Giovanni Brusca, boss mafioso di San Giuseppe Jato, ha finito di scontare la sua pena. Fu lui ad azionare il telecomando che uccise Falcone

Brusca
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Giovanni Brusca, boss mafioso di San Giuseppe Jato, è libero, ha finito di scontare il suo debito con la giustizia. Che sia libero grazie ai dettagli di una legge, quella sui pentiti, che fu fortemente voluta proprio da chi, a Capaci, perse la vita per effetto di quel telecomando azionato dallo stesso Brusca, è solo l’aberrante conseguenza di un destino crudele e beffardo.

Guglielmo Mastroianni, 5 giugno 2025


Tutta la vicenda Brusca (dall’inizio)

Giovanni Brusca, noto come il “boia di Capaci”, ex boss mafioso di San Giuseppe Jato, è tornato un uomo libero. A fine maggio 2025, ha terminato anche i quattro anni di libertà vigilata, completando la pena derivante dai suoi crimini. Brusca è stato responsabile di oltre 100 omicidi. “Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso – ha scritto nel suo libro –. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento”. Uno dei suoi atti più noti è aver azionato il telecomando che causò l’esplosione della strage di Capaci, il 23 maggio 1992. In quel giorno morirono il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Suo fu anche il piano per eliminare il giudice Borsellino e quelli, non andati in porto, per colpire l’ex ministro Claudio Martelli, Calogero Mannino e Pietro Grasso.


Oltre alla strage di Capaci, Brusca è tristemente ricordato per il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Figlio di Santino Di Matteo, un collaboratore di giustizia, Giuseppe venne rapito nel 1993 a soli 13 anni e tenuto prigioniero per 779 giorni. Alla fine, nel 1996, su suo ordine fu strangolato e il suo corpo fu sciolto nell’acido, un delitto che scosse profondamente l’opinione pubblica.

Il percorso giudiziario e la collaborazione con lo Stato

Brusca è stato arrestato il 20 maggio 1996 e, un anno dopo, ha iniziato a collaborare con la giustizia. Come previsto dalla legge sui collaboratori di giustizia, Brusca ha ricevuto benefici penitenziari: ha potuto lasciare il carcere duro del 41-bis e ottenere un sussidio di circa 1000 euro al mese. La sua pena è stata ridotta da un probabile ergastolo a 26 anni di reclusione, con ulteriori sconti grazie alla buona condotta. Dal 2016 gode di diversi permessi premio. Nel 2021 è stato scarcerato e sottoposto a libertà vigilata per quattro anni. Adesso, terminati tutti gli obblighi legali, Brusca vivrà lontano dalla Sicilia, sotto falsa identità e con la protezione delle autorità.

https://video.corriere.it/cronaca/quando-giovanni-brusca-venne-catturato-le-immagini-dell-esultanza-delle-forze-dell-ordine-e-della-folla/bf8a9b0a-16fc-482a-adc7-27a8eb22cxlk

Le reazioni alla liberazione

La scarcerazione definitiva di Brusca ha suscitato molte polemiche, tanto nell’opinione pubblica quanto tra i familiari delle vittime della mafia. Tina Montinaro, vedova di Antonio Montinaro, capo scorta del giudice Falcone, ha espresso rabbia e dolore: “Questa non è giustizia per i familiari delle vittime. Lo so che è stata applicata la legge, ma è come se non fosse mai successo niente”. Tina, oggi presidente dell’associazione Quarto Savona Quindici, ha più volte ribadito che la libertà concessa a Brusca è un duro colpo per chi ha perso i propri cari nella lotta alla mafia.

Duro anche il commento di Giuseppe Costanza, autista sopravvissuto alla strage di Capaci: “Brusca ha distrutto tante vite e famiglie. E oggi è un uomo libero. Le vittime sono sotto terra, lui no”. Parole che riflettono il senso di amarezza lasciato da questa vicenda.

Un passato impossibile da dimenticare

Brusca rappresenta uno dei volti più crudeli della mafia italiana. Nato nel 1957, ha trascorso la sua giovinezza nel cuore dell’organizzazione dei Corleonesi, guidata da Totò Riina. Fin da giovane ha dimostrato una violenza spietata che gli è valsa il soprannome di “u verru”, il porco, e “lo scannacristiani”. Oltre alla strage di Capaci, è stato coinvolto in numerosi altri attentati, come quelli contro Rocco Chinnici e Paolo Borsellino. Ha confessato di non essere nemmeno in grado di ricordare tutte le sue vittime.

Anche se ora è libero, Brusca continuerà a vivere sotto protezione, ben lontano dai riflettori e dalla Sicilia, per sfuggire alle possibili vendette dei suoi ex compari. Nel tempo ha dichiarato di voler proseguire il suo impegno contro la mafia, ma per tanti, il peso dei suoi crimini rimane insostenibile.

La legge sui collaboratori di giustizia

La scarcerazione di Brusca pone nuovamente l’accento sulle leggi che regolano i pentiti di mafia. È stato proprio Giovanni Falcone a promuovere una norma che garantisse benefici a chi collaborasse, con l’obiettivo di scardinare le organizzazioni mafiose dall’interno. Pietro Grasso, ex procuratore antimafia, ha ricordato l’importanza di questa legge: “Con Brusca lo Stato ha vinto tre volte: quando lo ha catturato, quando lo ha convinto a collaborare e ora, mostrando che collaborare è l’unica strada per non morire in carcere”.  “Come cittadina e come sorella, non posso nascondere il dolore e la profonda amarezza che questo momento inevitabilmente riapre. Ma come donna delle Istituzioni sento anche il dovere di affermare con forza che questa è la legge. Una legge, quella sui collaboratori di giustizia, voluta da Giovanni, e ritenuta indispensabile per scardinare le organizzazioni mafiose dall’interno”, ha detto Maria Falcone sorella di Giovanni Falcone, ricordando che Brusca “ha beneficiato di questa normativa, ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia che ha avuto un impatto significativo sulla lotta contro Cosa Nostra”. Tuttavia, per molti, resta difficile accettare che un uomo come Brusca non sconti l’ergastolo per i suoi crimini.

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